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Aurora e la spiaggia per cani

Aurora e la spiaggia per cani

Aurora giocava con la luce del sole che filtrava dal cappellino di paglia che indossava con fiera naturalezza, e creava delicati arcobaleni tra le sue ciglia. La piccola strada di terra battuta che portava al mare passava tra due filari di alberi, e da quel piccolo viale si alzava ora il richiamo di una cinciallegra tra le foglie di un albero, ora il fruscio del vento.

«Bambina, non puoi venire qui con lui!» urlò una signora che non era ancora anziana, ma il cui viso si sarebbe coperto di rughe molto più velocemente di quanto sperasse.

«Si riferisce forse al signorino Giac?» chiese Aurora mentre con la mano alzava la tesa del cappello per vedere meglio la persona che emetteva quei suoni così poco educati.

«Non so come si chiami il tuo cane, ragazzina, ma questa non è una spiaggia per cani,» disse con le mani appoggiate ai fianchi e le sopracciglia aggrottate.

«Il signorino Giac non è il mio cane, è il mio amico, e anche io sono sua amica.»

«Comunque sia qui non può entrare, non hai visto il cartello?» disse con l’indice teso verso l’ingresso della spiaggia.

«No signora. C’è forse un cartello che vieta al signor Giac di entrare?»

«Guarda, è proprio lì,» disse indicando un grosso palo, «c’è scritto che i cani non possono entrare in spiaggia.»

«Signora, a volte i cartelli sbagliano. Non sono tutti giusti. Una volta dovevamo andare in un paese non ricordo più quale, e non riuscivamo proprio a trovarlo. Dopo un po’ di tempo un signore ci ha detto che alcuni ragazzini avevano girato il cartello verso la direzione opposta.»

«Questo cartello è giusto, te lo posso assicurare io!»

«E perché?»

«Ragazzina, non ho tempo da perdere. La spiaggia non è un posto per i cani.»

«E chi lo ha stabilito?»

«Non lo so chi lo abbia stabilito… sarà stato il sindaco, comunque se entri con lui—»

«Il suo nome è Giac.»

«Se quello entra in spiaggia,» disse con il dito puntato verso Giac, «chiamo le guardie.»

«Oh, ma non si disturbi, andrò dal sindaco a chiarire la questione, visto che lei non sembra essere in grado di sostenere una conversazione produttiva e intelligente.»

«Sei una maleducata!»

«Strano, credevo che fosse lei quella maleducata. »

Aurora voltò le spalle alla signora, e per il momento anche al mare. «Vieni Giac, andiamo dal sindaco a chiedere informazioni, qui non siamo ben accetti.»

«Bau, bau!»

«Hai ragione, è proprio una maleducata,» disse a Giac. «Senti, io non so dove sia questo sindaco, e neanche tu, vero?»

«Bau!»

«Allora prendiamo un taxi, sicuramente l’autista saprà dove trovare il sindaco. Ho visto che c’è un taxi posteggiato all’ombra di un albero qui vicino.»

Il sole seguiva i passi di Aurora e del signor Giac, accompagnati dal canto delle cinciallegre accorse a sentire la discussione sulla spiaggia.

«Oh, abbiamo una giovane cliente oggi, e un bellissimo… come ti chiami?» chiese i tassista chinandosi verso il cagnone.

«Grazie, lui si chiama Giac e io sono Aurora.»

«Bene, e dove volete andare Giac e Aurora?»

«Vorremmo andare dal sindaco.»

«Dal sindaco?» chiese incredulo il tassista.

«Sì, riguarda un cartello sbagliato che proibisce al signor Giac di andare in spiaggia.»

«Interessante.»

«Perché lo trova interessante?»

«È interessante perché penso che fai bene ad andare dal sindaco a chiedere spiegazioni. Anzi, ti ci accompagno volentieri, e senza farti pagare la corsa.»

«Meno male, perché né io né il signor Giac abbiamo portato soldi con noi.»

«E come pensavi di pagare la corsa?»

«Non lo so, credo che ci avrei pensato nel momento in cui il problema si fosse presentato, ma ormai è risolto, quindi non ha più senso chiederselo.»

«Mi piaci, ragazzina, e anche il tuo amico Giac, dev’essere molto simpatico.»

«Bau, bau!»

«Giac ringrazia, e dice che è disponibile a giocare con lei quando vuole.»

«Grazie, molto volentieri.»

«Sai, lui gioca con la palla, oppure a rincorrersi, oppure anche alla lotta.»

«Alla lotta?»

«Io gli salto addosso e lui si gira, e poi rotoliamo insieme nel prato.»

«Ah, ho capito. Ma ora salite, andiamo a trovare il sindaco.»

Il viaggio fu breve, d’altronde era un piccolo paesino di mare.

«Questo è il palazzo del comune, il sindaco dovrebbe essere qui.» Il tassista si fermò, aprì la portiera per fare scendere Aurora e Giac. Aurora vide una folata di vento avvicinarsi ma lei lo assicurò premendolo sulla testa con una mano.

«Ora andate, io vi aspetto qui,» disse il tassista.

«Grazie, è stato molto gentile.»

Aurora varcò l’ampio portone ma dopo pochi passi fu fermata da una voce stridula: «Ehi, tu, dove credi di andare!»

«Noi stiamo andando dal sindaco.» Rispose Aurora.

«E avete un appuntamento?» chiese la voce.

«Non lo so, chiedetelo a lui,» disse candidamente Aurora.

Il tassista intanto si era avvicinato e sentendo un sospetto vociare decise che era il momento di intervenire, «non sarebbe proprio una bella pubblicità se si venisse a sapere che a una bambina viene rifiutata la visita dal sindaco, non trova?» disse il tassista alla guardia mentre strizzava l’occhio ad Aurora, che rispose all’inatteso aiuto con un ampio sorriso, «forse farebbe meglio a chiedere al sindaco se la vuole ricevere.»

La guardia alzò la cornetta del telefono: «Pronto, signor sindaco, qui c’è una bambina con un grosso cane che vorrebbe vederla. Non so di cosa si tratta, ora chiedo.» La guardia alzò gli occhi verso Aurora: «Perché vuoi vedere il sindaco?»

«Ho scoperto che c’è un errore in un cartello.»

«Dice che ha scoperto un errore in un cartello.»

«Quale cartello?» chiese la guardia.

«Non facciamo prima se lo dico direttamente al sindaco senza che lei faccia da intermediario?»

«Lo vuole dire a lei. Va bene, ora la faccio salire.» «Vieni con me,» disse ad Aurora facendo segno di seguirla.

La guardia, Aurora e Giac salirono un ampio scalone di marmo,

«Aspettate qui,» disse la guardia. Bussò con timidezza a una porta esageratamente grande, la aprì, vi infilò dentro la testa e disse: «la bambina e il suo cane sono qui per vederla signor sindaco, li faccio entrare?»

«Certo, certo,» si sentì da fuori. La guardia aprì la porta in tutta la sua ampiezza: «Entrate pure, il sindaco vi attende.»

Finalmente Aurora poteva vedere il sindaco e avere le risposte che cercava.

«Prego, siediti,» disse con educazione il sindaco, «che bel cane che hai, come si chiama?»

«Grazie. Lui è il signor Giac e non è il mio cane.»

«Allora, mi hanno detto che hai scoperto un errore in un cartello? Solitamente queste cose vengono trattate dagli addetti di un altro ufficio, ma ti ascolto volentieri.»

«Grazie, signor sindaco. In spiaggia c’è un cartello che vieta ai cani di andare al mare, mi sembra assolutamente assurdo vietare a qualcuno di andare al mare. Forse il medico potrebbe farlo, per motivi di salute, ma un cartello non dovrebbe permettersi di vietarlo.»

«Capisco, e chi ti ha mandato da me?»

«Una signora ha detto che è stato lei a decidere che i cani non possono andare in spiaggia. Lei è un medico dei cani?»

«No, non sono un veterinario.»

«Allora farete correggere l’errore sul cartello?»

«Mi dispiace, ma non credo che sarà possibile.»

«Perché?»

«Vedi, non si tratta di un errore. Se vuoi andare in spiaggia con il cane devi andare in spiagge per cani.»

«E perché mai ci dovrebbero essere spiagge per cani e spiagge non per cani?»

«Ma perché i cani potrebbero dar fastidio ad alcune persone, » ribatté il sindaco.

«Che tipo di fastidio?»

«Dopo che i cani fanno il bagno si scrollano l’acqua e bagnano le persone circostanti.»

«Questo è certamente vero, se lo fanno vicino a qualcuno. L’anno scorso però io stavo giocando a riva, e stavo costruendo proprio un bel castello di sabbia, con quattro torri, due torri erano più alte e le altre due erano più basse, avevano i merli intorno e le feritoie per poterci guardare dentro. C’era anche il ponte levatoio e il fossato intorno pieno d’acqua—»

«E con questo?»

«Era un castello molto difficile da fare!» spiegò Aurora.

«Ho capito, ma perché mi parli del castello di sabbia?»

«Perché poi sono arrivati due bambini che si sono tuffati e hanno fatto così tanti schizzi che mi hanno bagnato il cappellino di paglia.»

«Erano due bambini che giocavano, come te.»

«Sì, erano due bambini, ma io non li ho bagnati.»

«Beh, sono cose che capitano in spiaggia.»

«Così come può capitare che un cane scrolli l’eccesso d’acqua e bagni qualche vicino.»

«Sì, ma—»

«L’acqua è acqua, e gli schizzi sono schizzi,» disse brusca Aurora.

«Però i cani hanno anche l’abitudine di scavare—»

«Non tutti. Giac ad esempio fa delle buche molto profonde.»

«Certo, non tutti, ma come vedi il tuo cane—»

«Non è il mio cane,» lo corresse Aurora.

«Il…»

«Si chiama Giac.»

«Va bene, Giac potrebbe buttare la sabbia addosso a chi è andato in spiaggia per riposarsi.»

«Ma non solo lui. L’altro giorno mi ero messa a leggere un bel libro. Avevo steso il mio asciugamano preferito, quello blu con i pesci rossi e il bordo giallo. C’era un po’ di vento e si stava proprio bene. Due ragazzi molto più grandi di me si sono messi a giocare con una palla proprio di fronte a me, e ogni volta che tiravano un calcio alla palla sollevavano abbastanza sabbia da coprire le pagine che stavo leggendo. Mi è anche andato un granello nell’occhio. Per fortuna avevo il mio cappello, altrimenti avrei anche i capelli pieni di sabbia.»

«Capisco. Avrebbero dovuto giocare più distanti da te,» disse il sindaco.

«Sì, ma ho preferito andarmene via io perché loro non sembravano intenzionati a seguire le buone maniere.»

«Mi dispiace.»

«Allora, lo corregge il cartello?» chiese nuovamente Aurora.

«Quale cartello?»

«Ma quello che vieta ai cani di andare in spiaggia.»

«Non posso , mi dispiace, si lamenterebbero tante persone,» spiegò il sindaco.

«Anch’io mi sto lamentando,» notò Aurora.

«Abbiamo aperto una spiaggia per cani vicino al torrente.»

«Una spiaggia solo per cani?»

«No, una spiaggia dove possono andare anche i cani.»

«Non capisco,» disse Aurora.

«Una spiaggia dove tu e il tuo amico a quattro zampe potete andare e nessuno vi può mandare via.»

«Questo l’avevo capito, ma perché dovete aprire una spiaggia apposta se ce ne già una vicino a dove abito.»

«Ma perché quella è per cani, insomma, anche per cani.»

«Questo vuol dire che c’è anche il mare solo per i pesci?»

«Cosa dici?»

«Se vietate la spiaggia ai cani, perché non vietate anche il mare ai pesci.»

«Questo mi sembra assurdo.»

«Oppure l’aria alle cinciallegre,» continuò Aurora.

«Ma è impossibile.»

«È quello che penso anch’io, è impossibile vietare l’accesso in spiaggia a qualcuno.»

«Non a qualcuno, solamente ai cani.»

«Perché solamente ai cani?»

«Oh, ma perché… qualcuno potrebbe essere allergico al loro pelo,» sbuffò il sindaco.

«Io conosco una persona che è allergica al polline di alcune piante. Mi ha detto che ci sono tantissime persone allergiche al polline. Sembra che sia dovuto all’inquinamento delle città. Strano, vero? L’inquinamento che rende le persone allergiche al non inquinamento.»

«E questo cosa vuol dire?»

«Perché non vietate l’ingresso ai pollini? Questo mio amico starnutisce e gli occhi gli diventano tutti rossi.»

«Mi dispiace per il tuo amico, ma non possiamo impedire al polline di entrare in spiaggia.»

«Perché?»

«Ma perché il polline si trova nell’aria, e non possiamo impedire all’aria di andare… dappertutto,» spiegò il sindaco.

«Allora questo dovrebbe valere anche per i cani,» ribatté Aurora.

«Senti, mi dispiace molto, e potrei anche pensarla come te, sono sicuro che Giac è educatissimo—»

«Bau, bau!»

«Dice che generalmente lo è.»

«Bene, ne sono contento, ma ci sono anche cani che vengono lasciati liberi sulla spiaggia e potrebbero fare cadere le persone anziane—»

«Anche i bambini corrono per la spiaggia e possono fare cadere le persone anziane. Loro corrono anche fuori dalla spiaggia. Una volta un bambino ha fatto cadere la nonna di una mia amica, per fortuna un signore robusto è riuscito a prenderla e così non è finita per terra.»

«Lo so, hai ragione, vedi la verità è che ad alcune persone non piacciono i cani.»

«Oh, ma anche a me ci sono persone che non piacciono. Ad esempio, quella signora che non voleva che entrassi in spiaggia con Giac.»

«Sì, posso immaginarlo, ma per i cani è diverso.»

«Non vedo come. Se qualcuno non ti piace, non ti piace e basta,» spiegò Aurora.

«Però i cani sono cani.»

«E gli uomini sono uomini.»

Il sindaco non sapeva più cosa dire, poi gli venne in mente qualcosa: «Senti, i cani possono portare malattie.»

«No, le malattie le portano i germi. Dovreste impedire l’accesso ai germi.»

«Ah, ma i germi li portano i cani,» disse soddisfatto il sindaco, pensando di aver finalmente risolto la disquisizione.

«Giac, tu porti germi?»

«Bau, bau!»

«Cosa ha detto?» chiese con ansia il sindaco.

«Giac dice che non porta germi, almeno che lui sappia. Allora lo toglie il cartello?»

Il sindaco si rese conto che non sarebbe riuscito a spuntarla con la piccola Aurora, l’unica cosa che poteva fare era prendere tempo: «Va bene, allora ti prometto che rivaluteremo la questione.»

«Se vuole lo togliamo noi.»

«Noi chi?»

«Giac e io.»

«Ovviamente,» disse il sindaco, pentendosi però subito dopo di averlo detto.

«Ovviamente lo possiamo togliere.»

Al sindaco non gli restava che rifugiarsi nei lunghi oscuri meandri della burocrazia: «Certo che no! Ci vuole un’ordinanza.»

«Una cosa?»

«Un atto che stabilisca la decisione che prende il consiglio.»

«Il consiglio?»

«Certo! Non posso decidere solo io, mi devo vedere con altre persone e poi decidiamo cosa è giusto fare.»

«Tutto per un cartello sbagliato?»

«Adesso però ho altre persone da vedere, scusa, ma ci sono altri problemi più importanti a cui devo attendere.»

«Per noi questo è importante.»

«Certo che lo è, ma ci sono anche altre persone che hanno bisogno del mio aiuto.»

«A me non sembra che ci abbia aiutato, tu cosa dici Giac?»

«Bau, bau!»

«Cercherò di fare qualcosa,» promise il sindaco.

«Non dovrebbe dire cose che non pensa, lo sa?»

«Ma!» Il sindaco prese la cornetta del telefono, ovviamente non c’era nessuno dall’altra parte, era solo una tecnica per evitare di essere trascinato ulteriormente nella conversazione. «Arrivo subito, dite di aspettare, finisco con—»

«Il mio nome è Aurora, e lui si chiama Giac.»

«Finisco con la signorina Aurora—»

«E con Giac,» aggiunse Aurora.

«E con il suo… e con Gggg…» balbetto il sindaco.

«Giac.»

«E con Giac.» Il sindaco si alzò dalla sedia, «Faremo il possibile.»

«Se fate tutte queste storie per qualcosa di così semplice, immagino cosa combinerete per problemi più complicati.»

«Ma ogni problema ha la sua complessità, quando si devono accontentare tante persone non c’è mai nulla di facile o di semplice,» spiegò il sindaco.

«Se vuole la aiuto a risolvere i problemi, a iniziare dal cartello sulla spiaggia.»

«Su, adesso vai,» disse il sindaco mentre accompagnava, spingendoli delicatamente per maggior cautela, i suoi insoliti ospiti alla grande porta di legno.

«Giac, andiamo, ho la sensazione che il signor sindaco non voglia proprio capire,» disse Aurora voltando le spalle al sindaco.

Scesero nell’atrio principale dove il tassista era rimasto ad aspettarli. Vide la faccia seria di Aurora e capì che le loro attese non erano state soddisfatte: «Non è andata benissimo, vero?»

«Si vede così tanto?» chiese Aurora.

«Solo un pochino.»

Aurora fece un ampio sorriso: «Bene, pensavo si vedesse più di un pochino.»

«Andiamo, vi porto in un posto,» disse il tassista per distogliere i suoi nuovi amici dalla tristezza che leggeva nei loro occhi.

«Non capisco perché le persone facciano di tutto per non capire, anche quando le cose sono di una evidenza abbagliante.»

«Non vogliono capire perché sono pigri, Aurora,» gli spiegò il tassista.

«Pigri di cosa?» chiese Aurora incuriosita.

«Pigri di cambiare. Accettare altri esseri viventi come loro pari richiede uno sforzo per cambiare quello che hanno sempre pensato.»

«Ma non è poi così difficile.»

«Lo è per molte persone, altrimenti quei cartelli non esisterebbero. Ma adesso ritorniamo in spiaggia. Salite!»

Aurora era imbronciata, non giocava con il vento che le soffiava sul viso come avrebbe solitamente fatto, tenendosi il cappello con una mano, e manovrando la falda con l’altra, scrutando la strada in cerca dei suoi amici invisibili.

«Non ti devi rattristare quando gli uomini non ti capiscono, sono loro le prime vittime della propria incomprensione.»

«Sì, ma ora Giac non può venire sulla spiaggia, e io volevo correre con lui sulla sabbia e fare un bel tuffo!»

«Questo si può sempre fare.»

«Davvero? E quando?»

«Proprio ora! Ecco, siamo arrivati!»

Il cartello rotondo, con la figura di un cane e una linea diagonale rossa era sempre lì, al centro del passaggio che conduceva alla spiaggia. Enorme, come enorme erano le menzogne che il sindaco aveva raccontato ad Aurora.

«Giac, ora credo che sia venuto il momento,» disse il tassista.

«Bau, bau!»

Aurora aveva la mano posata sul dorso di Giac, ma faceva sempre più fatica a tenercela perché o lei diventava sempre più piccola oppure Giac diventava sempre più alto.

«Adesso fissiamo il tuo bel cappellino,» e prese un bel nastro di raso azzurro e lo legò con un bel fiocco sotto il mento di Aurora, poi la alzò e la mise a cavalcioni di Giac, come se fosse una giovane cavallerizza alla sua prima cavalcata.

«Non credevo che Giac dovesse ancora crescere,» disse Aurora solo un poco stupita.

«C’è sempre qualcosa per cui possiamo stupirci, non trovi?»

«Sì,» rispose semplicemente Aurora.

«Vedi, Giac è un cane speciale, può assumere la forma che vuole.»

«E come mai?»

«Credo che questo sia uno dei sui tanti segreti. Sono convinto che un giorno te lo dirà, ma adesso andate in spiaggia e divertitevi.»

«E il cartello?»

«Hai ragione, prima dobbiamo occuparci del cartello.» Il tassista fece un segno a Giac che con la sua enorme zampa conficco delicatamente il palo in terra, facendolo sparire nella sabbia.

«Adesso non ci sono più divieti, hai visto, abbiamo risolto il problema.»

«Bravo Giac!» disse Aurora strofinandogli la testa.

Con un balzo, elegante e composto come potrebbe essere quello di un ballerino esperto, Giac si ritrovò in spiaggia, e con una andatura leggermente ondulatoria, dovuta principalmente alla consapevolezza di sentirsi un cane importante, si diresse verso il mare.

La signora con cui Aurora aveva discusso poco prima alzò lo sguardo e rimase a bocca aperta, come se le parole non volessero uscire. Aurora la salutò con un cenno del capo e guardò oltre.

Molti bambini accorsero a vedere Giac, lo volgevano toccare e accarezzare, e a lui la cosa non dispiaceva affatto.

«Adesso tieniti forte ai ciuffi delle mie orecchie,» disse Giac, e Aurora strinse i ciuffi con le piccole mani da bambina.

Un balzo, due balzi, e Giac si tuffò in mare, sollevando una ondata di spruzzi che finì su tutta la spiaggia. I bambini ridevano, mentre gli adulti iniziavano a increspare i loro volti con espressioni di disgusto per l’inattesa e improvvisa doccia di acqua salata.

Giac nuotò verso il largo molto velocemente, e andava così veloce che ben presto iniziò a sollevarsi. Il corpo emerse quasi del tutto, e sembrava che camminasse sull’acqua. Fu allora che Giac iniziò a correre ancora più forte, così forte che il vento sembrava voler strappare via il cappellino dalla testa di Aurora, ma il fiocco che gli aveva fatto il tassista lo teneva ben saldo al suo posto.

«Stringiti forte, Aurora,» disse Giac.

Aurora si strinse ancora di più e Giac fece un salto sull’acqua, poi un’altro, e con il terzo salto lasciarono il mare sotto di loro per volare nel vento.

«Eccoci, ora il viaggio dovrebbe essere più tranquillo,» la assicurò Giac. Aurora lo strinse al collo in un abbraccio affettuoso e Giac mosse la coda a destra e a sinistra.

Aurora si addormentò sulle spalle di Giac. Ormai era notte e la luna era alta in cielo, ma non così alta come si potrebbe pensare. Anzi, era piuttosto bassa, e continuava ad avvicinarsi. Giac atterrò sulla superficie del corpo lunare, abbassò la testa e lasciò che il tassista, che era lì ad attenderli, prendesse Aurora mentre indiziava a svegliarsi.

Aurora si stropicciò gli occhi per allontanare il sonno che la aveva colta durante il viaggio: «Buongiorno.»

«Buongiorno a te, Aurora,» rispose il tassista.

«Credo di essermi addormentata.»

«Capita a chi fa un certo tipo di viaggi.»

«Viaggi? Che bello. E dove siamo adesso?»

«Sulla Luna.»

«Oh!» disse Aurora stupita, ma neanche troppo, «e ho dormito molto?»

«Direi un paio d’ore.»

«Ah, non troppo allora.» Aurora si gratto la testa, «sulla Luna non ci dovrebbe essere aria, come facciamo a respirare?»

«Non ti sfugge proprio niente, vero?» disse il tassista.

«Cerco di essere sempre molto attenta a quello che mi succede intorno.»

«Brava.» Rispose con soddisfazione il tassista, poi indicando Giac, «vedi, è la coda di Giac che agitandosi crea l’aria che respiriamo.»

«Ah, ora capisco.» Poi si girò verso il suo amico:  «Grazie Giac.» Giac sorrise come sanno sorridere solamente i cani.

«Guarda laggiù, sai cos’è quella?» chiese il tassista.

Aurora strinse gli occhi per guardare meglio: «Quella è la Terra.»

«Bella, vero?»

«Anche vista da qui è bella.»

«Ora prendi questo,» e porse un cannocchiale ad Aurora, «e guarda da questa parte,» indicando un punto leggermente più a destra.

Aurora fece del suo meglio per puntare il cannocchiale nel punto  indicato dal tassista, e con sua sorpresa vide la signora con cui aveva avuto la discussione passeggiare nientedimeno che con il sindaco. Lei aveva il braccio ficcato sotto a quello di lui, dovevano essere il signore e la signora sindaco. «Sono il signore e la signora sindaco!»

«Infatti,» disse il tassista, «la signora non voleva avere pelosi in spiaggia, per motivi che lei definirebbe di decoro.»

«Ah, quindi la decisione è stata della signora!»

«Già, una sua idea piuttosto altezzosa.» Adesso sposta il cannocchiale ancora un poco più a destra.

Aurora adesso vedeva il sindaco tenere per mano la moglie, i loro volti erano tristi, e gli sguardi assenti. La donna piangeva. Però non erano nel paesino di mare che avevano appena lasciato. Erano tutti abbigliati con vestiti invernali, e c’era tanta neve. «Cosa succede? Come mai sono tutti tristi?» chiese Aurora.

“Il figlio del sindaco è stato sepolto da una valanga e una squadra di soccorso lo sta cercando.

«Oh, ecco perché sono così tristi. Non sapevo che il sindaco avesse un figlio.»

«Ne ha uno e gli è molto affezionato.»

Aurora aggrottò la fronte, «ma come fanno ad essere in montagna se li ho appena visti al mare?»

«Questo è un cannocchiale molto speciale, puoi vedere quello che è, che è stato e anche che sarà.» Il tassista spostò il cannocchiale leggermente verso destra.

«Ma che bel cane! Sta scavando nella neve.»

«È un cane specializzato nelle ricerche, ha fiutato qualcosa e scava. Secondo me ha trovato il figlio del sindaco.»

«Che bello, così non dovranno essere più tristi!»  esclamò Aurora, che non ha mai avuto piacere nel vedere vedere le persone tristi, e neanche gli animali e le piante.

“Aspetta, il cane ha trovato qualcosa, sta tirando il bavero della giacca di un ragazzo. Ora gli lecca tutta la faccia!

«Cerca di rianimarlo,» spiegò il tassista, «le valanghe fanno venire sonno alle persone, ed è importante svegliarle subito.»

«Allora quel cane è proprio bravo.»

«Uno dei migliori,» risposte il tassista.

Aurora scoppiò a ridere. «Perché ridi?» chiese il tassista. «Penso alla faccia del sindaco e della signora quando sapranno che il loro figlio è stato salvato da un cane.» Il tassista si unì alla sua risata: «Hai ragione!» Anche Giac partecipò muovendo gioiosamente le anche e la coda.

Il tassista spostò il cannocchiale ancora un pochino verso destra: «Cosa vedi ora?»

«Adesso c’è il figlio del sindaco con un bellissimo cane che sta mettendo un nuovo cartello all’ingresso della città.»

«Riesci a leggere cosa c’è scritto?»

Aurora lesse il cartello: «Qui i cani sono benaccetti, e anche gli esseri umani.»

Il profumo delle zagare
Bau bau, il mio nome è Sofhia