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Bau bau, il mio nome è Sofhia

Bau bau, il mio nome è Sofhia

Bau bau, il mio nome è Sofhia! Tump tump sniff sniff. Adesso sono qui e il mio nome è Sofhia.

Eravamo in sei, sotto la pancia calda della mamma. Il suo latte mi scendeva in gola, a ogni sorso toccava il cuore e tum tum tum, batteva con gioia per salutarlo. Io chiudevo gli occhi per ascoltare quel suono, tum tum tum, mentre si diffondeva in quel nuovo corpicino a cui mi stavo abituando e che stavo imparando a conoscere.

Poi venne il tempo in cui il latte non voleva più rimanere dentro, e risaliva fino a uscire, ma non era più bianco. Dentro di me bruciava tutto. Anche i fratellini avevano gli stessi problemi. I loro problemi avevano lo stesso odore del mio.

Il nuovo corpicino che mi era stato dato si allontanava, non rispondeva più a quei pochi comandi che avevo imparato. Lui bruciava e io mi trovavo sospesa tra questo mondo e quell’altro. È stato allora che ho visto due grandi occhi di luce circondati da lunghi capelli neri, la fatina era venuta a trovarci. I suoi sorrisi alleviavano il dolore, e se lei era lì, io mi sentivo al sicuro.

Parlava a lungo con mio fratello, quello che si è ammalato per primo. Si sedeva vicino a lui e posava la mano sulla piccola testa di cucciolo. Non capivo quello che dicevano, ma era una lingua così bella che mi faceva scivolare in un sonno di pace. Quando aveva finito di intrattenersi con mio fratello, passava a salutare tutti noi. A volte riuscivo a muovere la piccola zampa per dirle di stare ancora un po’, e lei sorrideva e mi accarezzava. Le sue mani calmavano ogni agitazione e la sua voce mi nutriva come il latte che ora non potevo più bere; entrava dentro e il cuore batteva di nuovo con rinnovata gioia.

Un giorno venne a salutarmi per prima, mi prese il muso tra le mani di fata e guardandomi negli occhi disse: “Sarai tu a prendere il suo posto, lui ora deve tornare con noi, ma ti saremo, tutti noi, sempre molto vicini.”

Poco distante, il piccolo vestito di pelo respirava sempre più con fatica. Mi sembrava quasi di contare gli ultimi fiati che uscivano da quell’essere, così simile a me. Il mio cuore di cucciola avrebbe sopportato tutto questo? Il mio cuore che desidera il latte della mamma e le mani della fata sopra la mia testa, avrebbe continuato a battere? Pensavo che il mio fiato si sarebbe fermato con il suo, invece fece solo una breve pausa, e in quella pausa la fata dagli occhi di luce si avvicinò a quel fagottino dimagrito, si girò verso di me e sorrise. La mia coda istintivamente batté due colpi per terra. Allora la fata, con un gesto della mano, mi invitò ad alzarmi. Io stavo ancora male, ma non potevo sottrarmi all’invito. Tuttavia, senza sforzo, in un attimo fui in piedi, ma non ero più in questo mondo. Il mio fratellino era diventato un gigante, grosso e magico. Si avvicinò per annusarmi, poi con la sua enorme lingua mi lavò la faccia. Ogni leccata era un pensiero triste che veniva allontanato.

La fata intanto prendeva tra le braccia il corpo di nuvola del piccolo cucciolo. Riuscivo a vedere entrambe, sia il piccolo corpo di nuvola che lascia il sacchettino di peli che il grande guardiano che lavava via la tristezza e la malattia.

“Perché?” Chiesi con una intelligenza che non sospettavo di avere.

“Noi creiamo ponti tra questo mondo e quell’altro,” rispose la fata, “fino a quando sarà necessario, fino a quando gli esseri senzienti potranno intuirne la presenza e fino a quando le loro coscienze riusciranno ad attraversarli.”

Mi accorsi che erano arrivati in tanti, esseri su due e su quattro zampe, esseri che non avevo mai visto, con musi lunghi e con musi corti, esseri di forme nuove e interessanti. Una parte di me riusciva a dare il nome a ciascuno di loro, un senso di riconoscimento emergeva lentamente mentre li guardavo. Anche il mio corpo di cucciola sembrava cambiare, diventavo più alta, più grande. E mentre crescevo un suono lontano mi chiamava a sé, stavo scivolando in quell’altro mondo. Non mi importava più dei tubi che mi avevano attaccato, non mi importava più del cuore che rallentava il tempo, non mi importava più del respiro che si scioglieva nel sonno.

“Non ora!” Abbaiò mio fratello, mentre con il naso mi spingeva indietro.

“Sofhia! Sofhia! Come stai? Ci sei?” Era la voce di una umana, preoccupata e agitata, che mi chiamava da quell’altro mondo.

Allora mi concentrai per avere un attimo per entrare ancora una volta negli occhi di mio fratello, solo un attimo per sentire ancora la punta del suo naso mentre tocca il mio. Adesso la mia coda era pronta per battere ancora due colpi sul suolo della terra.

“Sta bene, temevo che anche lei se ne fosse andata” disse la ragazza.

“Anche gli altri si stanno riprendendo,” rispose un’altra voce, “solo lui non è riuscito…”

Io però sapevo che lui era, ed era più di me e di loro. Tutte quelle parole umane potevano raccontare solo metà della storia. L’altra metà è rinchiusa nel mio respiro, e viaggia attraverso il mio alito.

A volte li vedo, passano a salutarmi e aspettano. Cosa aspettino, ancora non lo so. Ma inizio a chiedermi: “Fino a quando gli esseri umani pronunceranno parole che si infrangono contro i muri invisibili? Fino a quando pretenderanno di non udire il battere del loro secondo cuore? E di non udire il canto delle fate?”

Bau bau, il mio nome è Sofhia, e Giac è sempre mio fratello.

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