Enclave

I migranti provenienti dall’Africa e diretti in Europa devono attraversare il mare, l’Europa infatti non ha confini diretti con l’Africa. Eppure un piccolo lembo di terra sulla costa marocchina appartiene a uno stato europeo. È una enclave, un piccolo territorio dentro i confini di un’altra nazione, un lembo di terra tenuto sotto chiave, in clavis appunto. E con triplice serratura, ovvero con tre file di recinzioni. L’enclave esiste per nascondere ciò che non deve essere visto e conosciuto.

Molti immigrati sperano di entrare in Europa via terra, superando le recinzioni di Melilla. Sono recinzioni dotate di lame taglienti, pattugliate, protette, difese. Il confine deve essere invalicabile. E allora perché il confine via mare è tollerato? Perché l’Europa accoglie i migranti via mare nelle proprie propaggini meridionali e si mostra intransigente con chi tenta di scavalcare una recinzione? E perché preoccupano i muri in Europa e non i muri europei in Africa?

Qui il buon senso è naufragato, come le zattere nel mediterraneo. Questo piccolo confine terrestre tra l’Africa e l’Europa mostra tutta la doppiezza di cui la politica comunitaria occidentale è capace.

Ma questa è solo una parte della storia. Anche l’Africa ha un interesse economico, anche se rigorosamente subordinato a quello europeo. La triplice recinzione si interrompe e crea un piccolo varco, il Barrio Chino, che gli abitanti della provincia limitrofa possono attraversare senza documenti per cinque ore al giorno. Ma la visita nel distaccamento europeo è di breve durata per l’obbligo di rimpatrio quando chiudono la frontiera. A che scopo attraversare un confine per ritornare subito dopo al luogo di partenza? Il motivo è nascosto in una piccola norma: i bagagli a mano sono considerati personali e quindi esenti da dazi doganali. Si attraversa il confine per prendere qualcosa. Le donne caricano sulla schiena enormi fagotti nell’Europa africana, attraversano il confine, e li scaricano in Africa. Un tragitto di duecento metri che percorrono sotto il peso di cinquanta chili. Qualcuno si arricchisce, ma non sono le portatrici.

I mezzi di comunicazione—sono loro i responsabili delle notizie di cui si nutre l’essere occidentale per dare forma alle idee—ne parlano pochissimo, sono troppo impegnati a difendere l’identità politica di una Europa generosa, investita di una missione salvifica. Quello che accade nell’enclave avviene ovunque, sebbene in forme meno appariscenti, perché la mente che ha ideato il meccanismo perverso di Melilla, è la stessa che innalza barriere, visibili o invisibili, nelle periferie, ai margini delle classi sociali, tra nazioni e popoli. Il meccanismo è sempre lo stesso: in ogni recinzione c’è un piccola apertura con una piccola portatrice piegata in due che trasporta qualcosa che le appartiene solamente durante il breve e faticoso tragitto di lavoro. A Melilla questo percorso è un luogo che non è Europa e non è Africa, ma un punto dove lo spazio e il tempo sono così coartati che generano una anomalia, e le anomalie devono essere contenute, nascoste, tenute in clavis, sotto chiave.

A volte le parole conservano gli indizi dei misfatti commessi in loro nome, basta saperle ascoltare.

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