Scrivimi: beppe@beppepicaro.com
Il profumo delle zagare

Il profumo delle zagare

«Venga, si accomodi.» La voce bassa e aspra proveniva dall’angolo di una stanza arredata con i fasti barocchi di un’epoca passata. «Non abbia paura, non deve credere a tutto quello che si dice sulla mia persona.» Con un sospiro lasciò scivolare la mascherina per l’ossigeno sul bordo del letto. «Così sono giunto alla fine del viaggio. Ancora un giorno, o forse un mese. Pensa che farebbe differenza?» Parlava guardando il soffitto dal letto ospedaliero su cui era sdraiato. Il costante mormorio delle apparecchiature mediche era diventato la colonna sonora di quello che sembrava essere l’ultimo atto della vita di don Carmelo, e nonostante le circostanze—o forse in virtù di esse—aveva un effetto inaspettatamente calmante.

«Ma dove ti sei nascosto?» Disse mentre con la mano cercava qualcosa, e quando le dita toccarono il telecomando gli si disegnò un sorriso di compiacimento sul volto. Con l’indice dell’altra mano schiacciò con forza un pulsante e la spalliera del letto si alzò. «Finalmente! Adesso posso guardarla negli occhi. Gli occhi sono importanti, perché negli occhi c’è la porta che conduce alla verità.»

«Lo penso anch’io.»

«Bene, su una cosa siamo d’accordo, mi sembra un buon inizio. Mi ricordo quando tirarono fuori tutte quelle balle sulla macchina della verità.» Avvicinò il boccaglio d’ossigeno, fece due lunghi respiri. «Il vero capo sa quando gli mentono. È un potere che ha dalla nascita, una specie di investitura. Io vedo le menzogne dagli occhi. Un vero capo deve sapere riconoscere quando gli dicono il vero, non trova?»

«Presumo di sì.»

«Nel mio mondo capo si nasce, non si diventa. Ci vogliono qualità che non tutti hanno, qualità che non puoi imparare. Ma non è una questione—»

«Quindi non esiste la scalata al potere? Le lotte per la supremazia? »

«Mi faccia finire, per favore.» Si guardò le mani ossute e rugose. Una semplice fede, un cerchio d’oro. La accarezzò come se da quell’anello volesse attingere a un po’ di energia per andare avanti. «Cosa stavamo dicendo? Ah, sì. Per essere un capo ci vogliono qualità particolari.»

Adesso fui io a sospirare, ed ero pronto a interromperlo di nuovo, ma don Carmelo intuì il mio proposito e mi fermò con un gesto della mano. «La forza di carattere è importante, ma non ti mantiene in cima alla piramide. Non si tratta di potere, ma del potere. Capisci la differenza?»

«C’è una differenza?» Chiesi candidamente.

«Esistono due tipi di potere. Quello che uno desidera e quello che uno ha.»

Lo guardai fintamente smarrito.

«Ma sì che capisci, ma non lo vuoi ammettere.» Poi aggiunse, quasi ridendo: «Io lo vedo che capisci.»

Ammiccai un sorriso, forzato, di risposta.

«Il vero potere è una forza che si ha nello sguardo, nella voce, nei gesti. E questa forza viene dal rispetto che gli altri ti danno perché la riconoscono e la accettano. Ma ricorda, il capo, per primo, deve rispetto verso se stesso e verso il ruolo che ricopre. Il vero capo sa che questo potere non gli appartiene, lo attraversa solamente. Il capo è solamente un depositario di questo potere.»

«Sembra la descrizione della figura di un antico sacerdote che quella del capo di un clan.» Dissi, cercando di dissimulare una risata nervosa che avrebbe voluto prendere il sopravvento.

«Lo sa che nelle tribù dell’Amazonia il capo non è il guerriero più valoroso o il cacciatore che ha maggior successo, ma colui che è più generoso, più intelligente, più convincente. Ci vogliono qualità, e queste qualità devono essere visibili a tutti.»

«Il più generoso?»

«Sì, è la qualità principale. Il capo è chi sa donare di più, non chi sa accumulare di più.»

«Una lezione che dovrebbero imparare molti politici.»

«La politica mi annoia.» E con un gesto della mano liquidò l’argomento. «Sai qual è sempre stato il mio primo comandamento?»

«No, quale?» Chiesi, sconfitto nel tentativo di portare il discorso su un tema che pensavo più interessante per la mia intervista.

«Il rispetto.»

«Il rispetto verso cosa? Forse verso la vita?» Forse, pensai, potevo dirigere la conversazione verso un argomento quantomeno problematico.

«Lo so dove vuoi arrivare,» disse mentre mi prendeva la mano. «Il rispetto per la vita delle nostre vittime.» Si avvicinò il boccaglio d’ossigeno e fece due lunghi respiri, «ma noi siamo in guerra. E in guerra non ci si può tirare indietro. Anche la guerra richiede rispetto. E onore. Credi che solamente uno Stato che sia riconosciuto abbia il diritto di difendersi con le armi?»

«Uno Stato riconosciuto? Cosa intende, don Carmelo?»

«Cosa intende, don Carmelo?» Fece eco alla mia domanda. «Vuoi scostare un po’ la tenda, per favore. Fai entrare un po più di luce. Sembra già una camera mortuaria, ma forse è ancora presto. C’è ancora un po’ di vita in me e ancora una storia che potresti raccontare, se vorrai.»

Aprii la tenda e sbirciai fuori. Si vedeva un frutteto bellissimo, e nonostante fossimo in autunno inoltrato le foglie sui rami abbondavano.

«Cosa vedi?» Mi chiese don Carmelo.

«Un giardino.»

«E com’è?»

«Molto bello.» Risposi, rapito dalla bellezza e dai colori di quello che stavo guardando.

«Lo cura un ragazzo,» mi spiegò, «che ho preso con me da quando era piccolo. Era un orfano, ma adesso ha una casa e un lavoro. Si è appassionato a quel lavoro e cura ogni albero come se fosse un figlio. Io non ne sarei capace. Non saprei proprio dove mettere le mani.»

«Deve esserle molto grato.»

«Ma non per quello che pensi tu. Io ho visto in lui una capacità, e siccome avevo le possibilità di farla emergere, gliene ho dato la possibilità. Il suo lavoro è la sua vita. Questa per me è arte.»

«È stato fortunato.»

«No, non c’entra la fortuna. Questa è la nostra terra. Io ne sono solamente il custode, e nessun altro può esserlo, perché non ne ha il diritto, non ne ha l’autorità, e soprattutto non ne ha né l’amore né il rispetto.»

«A chi si riferisce? Chi altri vorrebbe essere custode delle sue terre?»

«Allora non sei attento. Sembri attento, ma non lo sei abbastanza. Ascolta. Questo è il nostro giardino, non intendo solo questo che vedi, ma tutto questo,» con la mano disegnò un cerchio in aria, «e io ne sono il custode. Lo Stato invece se ne fotte del mio giardino, però lo desidera. Non lo sa amare e non lo vuole rispettare. Le cose dovrebbero essere solo di chi sa amarle, e io amo la mia terra, non lo credi anche tu?»

«Vogliono portarle via le terre?»

«Suvvia, non fare l’ingenuo! Abbiamo molti modi per tutelarci, ma l’idea di fondo è che lo Stato vuole piantare la sua bandiera qui. Usa i propri burocrati sotto forma di poliziotti, di giudici, di carabinieri, di prefetti. Lo Stato vuole possedere tutto, ma la verità è che non ama niente.»

«Però la proprietà privata esiste ed è tutelata.»

«Una beata minchia!» L’esclamazione lo fece ridere e tossire al tempo stesso.

«Non si agiti, non volevo…»

«Ma tu cosa ne puoi. Tu non sai quello che hanno visto questi due occhi e quello che hanno udito queste due orecchie.» E sottovoce aggiunse, «e cosa hanno sopportato queste due palle.»

«No, penso proprio di no.»

«Sai cos’è lo Stato?»

«È una nazione regolata da—»

«Fermo lì! Ecco il primo errore. Pensi che stato e nazione siano la stessa cosa.»

«Con nazione si intende la popolazione e il territorio in cui vi abita,» aggiunse, «mentre lo stato—»

«Lo Stato» mi interruppe, «è una organizzazione politica e giuridica che si sovrappone alla nazione, ovvero alle persone e al territorio in cui vivono.»

«Che si sovrappone?»

«Certo. Gli stati attuali si chiamano ’stati di diritto’, o in inglese ‘sovereign states’ ovvero stati in cui la sovranità, ascolta bene, la sovranità,» disse scandendo chiaramente ogni lettera, «viene esercitata dal potere politico e giuridico.»

«E con questo? Le leggi servono per proteggere i cittadini.»

«Da quelli come me?»

«Dai crimini,» risposi più evasivamente e genericamente che potevo.

«Ma che minchia di storia vi insegnano a scuola?»

«Perché?»

«Le leggi servono a proteggere chi le scrive, ma siccome quelli che le scrivono sono molto furbi, le scrivono in modo da illudere il popolo che siano necessarie per il bene del paese; e più leggi promulgano più dipendete da questa macchina infernale che è quello che chiamano, con gioiosa enfasi, Stato di diritto, come se fosse una cosa buona e giusta. E non vi rendete conto che ogni pisciata che dovete fare è legiferata. Lo capisci questo?»

«Lo sappiamo, esista un eccesso di burocrazia, ma è un modo per evitare i privilegi.»

«Lo credi davvero?»

«Perché, non è così?»

«Se fosse così avrebbe funzionato, non trovi?»

«Su questo le do ragione.»

«Io so di aver ragione. Siete voi, i cittadini dello Stato di diritto, che non sapete ancora di avere torto.»

«E in cosa avremmo torto?»

«Intanto nel non capire che lo Stato ha usurpato la vostra nazionalità.»

«Usurpato?»

«Lo Stato ha annullato i diritti fondamentali delle persone sostituendoli con diritti surrogati. Ogni cosa che fai è regolamentata—e per questo posseduta—dallo Stato.» Fece una pausa, poi continuò: «Non puoi vendere le arance senza una autorizzazione formale dello Stato. Anche se le hai coltivate e le hai raccolte tu. Lo Stato viene qui, dai nostri agricoltori, e impone il pizzo. Lo so, ti fa ridere il fatto che sia lo Stato a chiedere il pizzo, ma cosa sono le tasse se non un pizzo dissimulato dietro alla macchina burocratica?»

«Ma le tasse servono per pagare i servizi, come l’assistenza sanitaria.»

«Quella io me la pago. Chi credi che paghi l’infermiera che viene tutti i giorni a trafficare con questi tubi?»

«Molte persone non possono permettersi simili spese, e lo Stato se ne fa carico.»

«Prima dello Stato c’era la famiglia che si occupava dei propri familiari, adesso hanno distrutto la famiglia e hanno lasciato un vuoto che lo Stato non sa e non vuole colmare.»

«Ma il diritto alla salute?»

«Tu credi a quello che vedi, all’immagine che ci è stata cucita addosso. È un’immagine cinematografica, un’immagine eccessiva, un’immagine che usano per distruggerci. Ma le persone che ci conoscono sono in grado di distinguere il vero dalla menzogna.»

«Vi volevano distruggere con una immagine?»

«Agli occhi del mondo siamo diventati criminali, killer spietati pronti a tutto. Ma questa è solo la superficie della storia. Questi sono solamente i detriti che porta il mare a riva dopo la tempesta.»

«Detriti?»

«Sono gli effetti della guerra.»

«Della guerra?»

«Ci accusano di essere una associazione criminale, come se dovessimo agire sparpagliati! Ma questa è una lotta che vogliamo fare uniti, perché siamo uniti contro uno Stato in cui non ci riconosciamo.»

«Ma i crimini sono crimini.»

«E chi lo dice? La legge? E cosa pensi che sia la legge?»

«Una serie di regole che servono per garantire la convivenza civile della popolazione.»

«Bravo, le leggi sono regole. Stabilite da chi?»

«Dai legislatori, le persone che abbiamo eletto—»

«Voi eleggete e loro legiferano. È il principio della democrazia.»

«Direi di sì.»

«Ma le leggi dello Stato sono norme scritte per prevaricare il popolo.»

«Forse alcune leggi sono ingiuste, ma altre servono per punire i crimini e cercare di prevenirli.»

«Il furto è un reato punito dalla legge dello Stato, vero?»

«Sì, è un reato.»

«Come mai qui non ci sono furti?»

«Non—»

”Perché qui sono io la legge!”

«Mi scusi ma forse qui non ci sono furti perché hanno paura di voi.»

«Certo, ma chi è che ha paura?»

«Tutti?»

«No, ha paura solamente chi vuole rubare. Le persone oneste non hanno paura. Male non fare, paura non avere.»

«Le persone oneste non dovrebbero mai avere paura.»

«Ne sei proprio sicuro?»

«Sinceramente no, ma penso che dovrebbe essere così.»

«Tu credi che quello che abbiamo fatto lo abbiamo fatto per i soldi, ma non è mai stata una questione di soldi. Noi volevamo riprenderci il potere della nostra amata terra. Che poi si siano infiltrate delle teste di minchia tra di noi, questo purtroppo capita perché l’uomo è corruttibile.»

«Infiltrazioni all’interno della—»

«Infiltrazioni, corruzione, avidità. Questa è la natura umana, purtroppo, e questa natura deve essere sradicata. Però non vuol dire che nel frattempo non riesca a creare danni. Noi le stragi non le abbiamo mai volute.»

«Intende dire che le stragi sono state volute da questi elementi corrotti?»

«Ma che beneficio avremmo potuto trarre da eventi così plateali? Nessuno! Noi non siamo un gruppo terroristico. I terroristi alzano solamente un gran polverone ma non ottengono nulla di concreto. Sono facilmente strumentalizzabili perché sono legati all’ideologia, e l’ideologia è come l’abito del monaco.»

«Come l’abito del monaco?»

«Sì, la gente guarda l’abito e crede di essere di fronte a un vero monaco.»

«E allora?»

«È un abito pieno di ipocrisia in cui ci mettono dentro tutto quello che vogliono.»

«Cioè?»

«Hanno sempre accuratamente selezionato le loro vittime, troppo accuratamente perché la scelta fosse solamente loro. E parallelamente alzavano un po’ di polvere con qualche ammazzatina casuale.»

«È una sua opinione?»

La mia domanda lo fece ridere. Una risata rauca, profonda, come i segreti che quell’uomo custodiva.

«Esistono due organizzazioni, una al di qua e una al di là dello stretto. Ed è questo il motivo per cui noi abbiamo potuto negoziare la nostra esistenza, anzi, la nostra sopravvivenza, con lo Stato.»

«E con chi avete negoziato?» Forse riuscivo ad arrivare a qualcosa di concreto, pensai.

«Tu vorresti i nomi, ma non facciamo incagliare questa nostra conversazione in dettagli poco importanti. I nomi passano, è la malattia umana invece, nella sua corruttibilità, nella sua sete di potere, che si ostina a rimanere. Credi che la democrazia sia una forma di governo migliore di altre, perfetta o perfettibile, ma in realtà la democrazia non è altro che una forma di lotta per il potere, una lotta crudele, vendicativa, subdola. Subdola perché la violenza che usano è sempre travisata, e quando non è la violenza della rimozione fisica è quella legale; una violenza che non sporca, una violenza che non ha onore. Però questo è un tipo di violenza che piace al popolo perché è coperta dal mantello del principio di giustizia, e il popolo è sempre affamato di giustizia. Come i porci delle ghiande. Ricorda, questa è la stessa giustizia che ha messo Cristo in croce.»

«Ma ci vuole un modo per stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato.»

«Per questo io voglio guardare le persone in faccia. Tutto il resto è una mascherata.»

«Una mascherata?»

«Credi che lo Stato non spacci? La droga in cui commercia è legale solamente perché lo ha deciso lui. Una quantità di medicine che non servono a una beata minchia riversate sui nostri mercati. A noi rimangono solamente i margini di un po’ di attività di contrabbando per sopravvivere. Ricopriamo quei pochi mercati che lo Stato non ha saturato.»

«Come quello dello spaccio della droga?»

«Ma cosa vuoi che sia. Diamo ai giovani quello che chiedono. Non siamo noi a costringerli a drogarsi, sono loro che si drogano perché la società non ha più nulla da offrire loro. Lasciamo che si sminchino con le loro stesse mani.»

«Mi sembra un po’ troppo severo.»

«Cosa fa lo Stato per loro? Gli dà un’altra droga e gli fa tanti discorsi per farli sentire ancora più incapaci di quello che sono. Quello che guadagniamo dal mercato della droga è una goccia nel mare di quello che guadagnano le ditte farmacologiche legalizzate.»

«Il problema della droga è molto più ampio e non credo che possa essere circoscritto a singoli casi che riflettono unicamente la natura economica della nostra società.»

«Le tue sono solo parole. Lo sai che dove hanno provato a legalizzare la droga, quella vera intendo, la tossicodipendenza è diminuita?»

«E perché lo Stato non la legalizza anche qui?»

«Perché abbiamo un accordo. A noi ci lasciano fare certe cose, e noi non tiriamo troppo la corda. Allo Stato interessa avere la faccia pulita, ma se ne fotte di quello che avviene alle sue spalle. Lo Stato compra il nostro silenzio, in primis quella dei suoi rappresentanti sul territorio.»

«E come farebbe a comprare il silenzio?»

«Sei proprio ingenuo. I nostri rappresentanti politici, entourage compreso, hanno i compensi più alti di chiunque altro rappresentante. Sai perché?»

«No, ma adesso riesco a immaginarlo.»

«Bravo, immagina. Ci pagano per tenerci buoni.»

«E questo basta?»

«È un rapporto difficile perché non siamo tutti d’accordo neanche tra di noi. Molti si montano la testa, ma così rischiano di farsela esplodere.»

«Non crede di esagerare, così parla di complicità, per quanto possa essere sotterranea.»

«Le leggi oggi servono per rendere perfettamente legali affari che sono assolutamente immorali. Credi che lo Stato non traffichi in armi? Sai quante armi vengono vendute ai paesi stranieri all’insaputa del popolo per ragioni di Stato? La ragione di Stato, questa sì che è una dichiarazione mafiosa, la più mafiosa che sia mai stata coniata. L’omertà legalizzata. Ma ti rendi conto che lo Stato ci vuole battere al nostro stesso gioco?»

«I segreti di stato sono sempre esistiti, e credo che sia giusto così. Ci deve essere un rapporto di fiducia tra stato e cittadino.»

«Un rapporto di fiducia, hai ragione. Ma io la fiducia la do a chi posso guardare negli occhi. Lo Stato invece non ha occhi.»

«Cosa intende? Ci sono i suoi rappresentanti.»

«Appunto, sono solamente rappresentanti. Rappresentano, ma tu sai chi rappresentano?»

«Lo stato democratico, la volontà dei cittadini che hanno espresso la loro preferenza con il voto.»

«Bravo. Hai studiato. Ma questo non è quello che so io.»

«E cosa sa lei?»

«Voi vi bevete tutte le notizie, ma non riuscite a vederle nel quadro complessivo. Avete una visione limitata, settoriale. Dovete imparare ad avere una visione più ampia. Un capo sa guardare gli eventi dall’altro, deve essere come un’aquila che volteggia più in alto di tutti gli altri uccelli. Solo così può vedere che tutti i fili conducono a un unico puparo, che manovra nell’ombra i suoi pupi, a volte anche uno contro l’altro.»

«Un puparo?»

«Esatto, ed è pronto a sacrificare qualsiasi cosa pur di rimanere nell’ombra.»

«E lei lo ha mai conosciuto?»

«Io? No. Nessuno lo conosce veramente.»

«Qualcuno lo dovrà pur conoscere.»

«Sì, ma senza sapere la sua vera identità.»

«Eppure mi sembra che lei sappia più di quello che dica.»

«Ovvio. Devi solamente seguire i fili dei pupi, e arriverai al puparo.»

«E come faccio?»

«Inizia unendo ciò che appare diviso.»

«Le multinazionali?»

«Bravo. Le divisioni sono solamente un caleidoscopio che mantiene l’illusione della libertà. Non c’è nulla di più docile di una massa di schiavi che si crede libera.»

«E poi?»

«E poi vedrai che tutto si riconduce a una unica famiglia. E quella è la famiglia dei pupari.»

«Allora lei li conosce?»

«No, sono troppo vecchio per risalire la corrente. Diciamo che sono arrivato a buon punto, e che forse ho visto chi potrebbe essere, ma l’esercizio non l’ho fatto fino in fondo, e questa è la verità. Ma adesso facciamo una pausa ti dispiace?»

«No, come crede.»

Annuì con la testa poi quasi urlò il nome della governante: «Concetta!»

Dopo pochi secondi arrivò. Capelli nerissimi racchiusi in una cuffietta di pizzo bianco intonata con il corto grembiule, anch’esso appoggiato su un vestito altrettanto nero la cui gonna arrivava un poco sotto al ginocchio. Gli occhi neri e penetranti mi fissarono interrogativi. «Concetta, volevo fare assaggiare al nostro ospite il delizioso infuso che fai con i fiori d’arancio.»

«Lo faccio subito, don Carmelo. E per lei?»

Don Carmelo fece segno che non voleva niente, e agitò la mascherina dell’ossigeno.

«Con permesso.» Disse e si congedò.

«È con noi da quando era una bambina. Sua madre lavorava qui, prima che se la portasse via una brutta malattia. Le insegnò tutto quello che sapeva fare, e lei imparò diligentemente. La sua pasta con le sarde è una squisitezza. Dovrà tornare e assaggiarla.» E mentre parlava sembrava gustarne i sapori.

«Si doveva sposare, ma ha posticipato la data a causa mia.»

«A causa sua?»

Don Carmelo aprì le mani al cielo e le fece cadere sul letto. «La mia condizione. Non voleva lasciarmi. Disse che per il matrimonio c’è sempre tempo.»

«E lei cosa fece?»

«Io la obbligai a sposarsi!» Rise.

«La obbligò?»

«Certo. E sai cosa mi rispose?»

«Cosa?»

«Mi disse: ‘Don Carmelo, lei può obbligarmi a fare tutto, ma non riuscirà mai a obbligarmi a fare quello che non voglio fare.’»

«Un carattere deciso.» Commentai.

«Qui c’è della brava gente, qui ci sono legami importanti, che trascendono quelli familiari.»

«Però sono tutti legami che fanno riferimento a lei, alla sua figura.»

«Forse non ti sei accorto di quello che hai detto, ma è proprio così. Fanno riferimento non solo a me ma anche alla mia figura, a quello che rappresento per loro. Se mi fanno la riverenza è perché riconoscono l’importanza della mia figura, ma se io dovessi tradire la mia figura…» Con la mano allontanò il pensiero.

«Ecco, arriva, riconosco i suoi passi. Lo senti il profumo delle zagare?» Concetta bussò alla porta ed entrò, efficiente e precisa. Posò il vassoio d’argento sul tavolino di legno che era di fianco al letto, versò l’infuso in una tazza di porcellana dipinta, e da un bottiglino fece cadere una goccia di liquido. «È nèroli,» mi spiegò, «un olio essenziale a base di fiori d’arancio.»

«Lo senti il profumo adesso?»

«Sì, è molto buono.»

«Bevi. Devi lasciare diffondere il gusto nella bocca. Lo devi sentire mentre si espande in ogni cellula del tuo corpo.»

Provai a prenderne un sorso. «Scotta.»

«E allora soffia. Oppure aspetta. Tanto è lo stesso.» Si appoggiò la mascherina sul viso. «Intanto io mi riposo un poco.»

Nella stanza si sentiva solo il ronzare dei monitor e il soffio della bombola d’ossigeno. La poltroncina sui cui sedevo era molto comoda. Appoggiai la testa indietro per rilassare la schiena, e stesi le gambe.

«Eccoli, li vedi,» disse don Carmelo, «sono tutti fioriti. Inspira, prendi dentro il loro profumo.»

«Ma siamo in autunno, com’è possibile?» Chiesi. «Credevo che fiorissero in primavera.»

«Qui è sempre primavera, non lo sai?»

«Vieni, accompagnami fino alla fine del giardino, vuoi?»

«Come desidera.»

«Adesso lo desidero.»

Gli offrii il braccio per appoggiarsi. «Grazie,» disse. E ci incamminammo insieme.

Eravamo quasi arrivati alla balaustra che delimitava il confine del giardino quando un suono acuto mi perforò quasi le orecchie.

«Presto, l’adrenalina.» Sentii dire.

«Non c’è il respiro. Lo stiamo perdendo.» Replicò un’altra voce.

Aprii lentamente gli occhi. Ero sprofondato su una poltroncina. Davanti a me una tazza vuota. E intorno a don Carmelo tre persone vestite di bianco.

«Lo abbiamo perso.» Disse una voce maschile. «Non possiamo fare più niente per lui adesso.»

Era arrivata anche Concetta, riconobbi il suo passo nel corridoio. Si teneva in disparte. Questa volta il suo sguardo non era deciso e pungente, gli occhi lucidi sembravano smarriti. Mi posò una mano sulla spalla. Io mi alzai istintivamente e le tenni la mano «Mi dispiace,» le dissi.

«È stata l’ultima persona a parlargli, quali sono state le sue ultime parole?»

La guardai ancora più smarrito. Un attimo prima credevo di passeggiare con lui in giardino, e ora mi trovavo con la sua governante che tratteneva a stento le lacrime.

«Mi chiese di accompagnarlo a fare una passeggiata in giardino.»

«Sì, allora doveva essere lui, lo amava molto.»

«Lei crede?» Dissi.

«E lei?» Chiese guardandomi, senza nascondere i suoi occhi, nonostante fossero lucidi e arrossati.

«Forse.»

«Forse è già qualcosa.»

Aurora e la spiaggia per cani