Incontro

Incontro

Il vento soffiava forte e gelido contro il suo viso eppure lui vi si gettava contro e adagiava tutto il corpo su quella forza invisibile. Erano amici, lui e il vento, e sapeva che lo avrebbe sempre sostenuto, con grazia e forza e leggerezza. Perché erano amici, lui e il vento.

Ritornava nei luoghi della sua infanzia. Vi era stato solo due volte e dall’ultima visita erano passati molti anni. Tempo di far ritorno alle terre che lo avevano visto nascere, quando era poco più che ossa e piume arruffate. La sua compagna lo avrebbe aspettato con lo sguardo fiero, posata sopra lo stesso sasso dove si era dichiarato. Lì si erano conosciuti e lì aveva danzato per lei, per incantarla e sedurla. All’epoca era giovane e bruciava di passione, una passione che neanche il clima artico era riuscito a mitigare. Perché erano molto più che amici lui e il vento.

Più in basso un vascello si trascinava attraverso le onde di un mare debolmente agitato. C’era chi, tra l’equipaggio, credeva ancora che spettasse a quelli come lui il compito di trasportare le anime dei marinai non più in vita. Una sciocchezza, pensò, a cui soltanto gli uomini, imbevuti di superstizioni e paure, potevano credere. Era stato un suo antenato a mettere in moto la catena degli eventi che generò questo tipo di credenze, e lo aveva fatto a ragion veduta. Usare la stupidità umana per difendersi dalle loro aggressioni era stata una mossa intelligente e saggia, ma soprattutto necessaria. Perché i cieli non potevano essere derubati del messaggio che era scritto nelle loro piume e che veniva trasportato tra i venti: il lignaggio doveva continuare.

La stupidità degli umani era pari soltanto alla loro arroganza, e si meritavano pienamente l’astuto inganno. Il suo antenato decise che se anche uno soltanto dei propri simili fosse stato abbattuto da un marinaio, sarebbe ricorso all’amicizia che aveva stretto con le forze dei venti australi e delle correnti marine al fine di rendere la nave incapace di muoversi, bloccata in un limbo in cui gli occupanti avrebbero avuto tempo in abbondanza per meditare sulle proprie azioni. All’epoca l’uomo usava il vento come propellente principale, e mettere in atto un simile piano era stato abbastanza facile. Oggi sarebbe necessario qualche accorgimento e qualche conoscenza in più. Ma in fondo, sebbene tutti considerassero l’uomo come un essere estremamente arrogante e aggressivo, provavano per lui una lontana e malinconica compassione. Lo vedevano come un orfano che aveva perso la propria strada e la propria ragione e, vittima di un crudele incantesimo, non era più in grado di riconoscere gli amici e i compagni di viaggio.

Lui, come molte altre diomedee epomophore, era solito guardare le scene umane dall’alto con quel senso di superiorità tipico dell’albatro reale che scivola via perfettamente a suo agio tra i mari ventosi dell’emisfero antartico.

Il viaggio sarebbe stato abbastanza breve, almeno per un albatro: pochi giorni di volo. Durante questi spostamenti lasciava che a pilotare fosse il suo corpo e il vento, mentre lui percorreva con il pensiero la strada appena passata o quella da fare, o si intratteneva mentalmente in amorosi battibecchi con la sua compagna, cosa che tuttavia era più frequente quando lei era intenta a covare. Quello era il periodo in cui le diomedee sono più nervose del solito, e a ragione, in quanto erano molti i pericoli in agguato durante quella delicata fase della loro esistenza.

Una luccicanza argentea lo avvertì della presenza di una tempesta a oriente, deviò leggermente la rotta, quel tanto per non arruffarsi troppo le piume, e seguì il detour con rinnovato piacere.

Una balena, sotto di lui, lanciava spruzzi giocosi dal suo soffione. Ne poteva sentire il canto, e una volta bloccate le sue enormi ali in posizione di volo, si lasciò trasportare da quel suono maestoso e antico, così antico che gli ricordava gli albori del pianeta, un tempo in cui era possibile incontrare i deva del mare e giocare con loro accarezzando le onde, prima che si ritirassero negli atomi della materia, richiamati a proteggere gli ultimi bastioni di un mondo che si sarebbe sgretolato dal suo interno se non fossero intervenuti aiuti celesti e soprannaturali.

Il giovane albatro si lasciò scivolare in un lieve stato soporoso, cullato dal vento e dal suono del mare, che si agitava con maestosa calma, quando la signora del soffione, che procedeva speditamente sotto di lui, intonò uno dei suoi meravigliosi canti. Era qualcosa che gli afferrava il cuore di volatile, già leggero di per sé, e lo spingeva attraverso soglie della coscienza che erano al limite di qualunque orizzonte potesse mai sperare di vedere, anche durante i voli più alti e con i cieli più tersi.

«Il mio canto non è di questo mondo, non appartiene a questo pianeta, ma è per lui e per voi che io lo canto, perché la memoria del tempo antico si imprima nell’acqua di questa terra e il legame tra i mondi non sia distrutto dall’ignoranza e dalla non conoscenza.

Il mio canto parla di una aspirazione verso un futuro di là da venire, eppure già presente nelle fibre dei nostri esseri, ed è con esso che modulo e aiuto la metamorfosi di nuove creature, la loro nascita dai vecchi corpi.

Il mio canto canta dei nuovi esseri che verranno ad abbracciare questa grande madre per darle la gioia che a lungo è rimasta velata. Questo periodo è stato necessario per consentire l’esperienza della negazione e della separazione ai suoi figli che con insistenza la reclamavano.

Il mio canto unisce ciò che è separato e lenisce ciò che è ferito. Questo io canto, perché ora vi siete dimenticati quello che potete fare e come potete farlo. Io canto per ricordarvi il vostro futuro e allontanarvi dal vostro passato.

Per questo il mio canto risuona con quello delle stelle sparse nella Via Lattea, insieme avvolgiamo il pianeta con la speranza che abbiamo tessuto per i nostri radiosi futuri.»

L’albatro rimase appeso al vento con le ali dispiegate. Aveva sentito parlare dei saggi che solcano i mari, portatori di messaggi di un mondo nuovo, ma non aveva mai pensato di incrociarne uno nel corso delle sue rotte.

«Hanno cercato di distruggerci,» riprese la signora con lo spruzzo, senza dar peso allo stupore del giovane amico alato, «ma il loro fine prevalente non era quello di usare i nostri involucri terreni. Questo volevano far credere. Il loro intento era quello di fermare i nostri canti e spegnere la fiamma che custodiamo da epoche lontanissime. Gli uomini sono stati, ancora una volta, spinti da una forza cieca che li pervadeva e li oltrepassava, e sono stati ancora una volta ignari strumenti nel mare di eventi che non si sono mai degnati di investigare e interrogare.

Ma ora i tempi sono maturi e attendiamo con gioia il nuovo mutamento e la nuova era.»

Il giovane albatro si ritrovò d’improvviso a essere balena, e come una balena sentì l’acqua salata scorrere sulla pelle liscia, per una volta senza penne e piume, e poi fu albatro e balena insieme, e poi albatro e balena e mare, e poi ancora si senti albatro e balena e mare e stelle. E poi fu la nota fondamentale dell’universo, sepolta nelle profondità delle cellule del suo essere, e suonò con essa tutto ciò che è, e gli sembrò di volare tra le stelle, essendo lui stesso fatto di stelle. Era come guardarsi in un limpido specchio d’acqua, ma così enorme che gli vennero le vertigini, e quelle vertigini avevano la stessa dolcezza dei primi bocconi che la madre rigurgitava per lui, quando era solo un piccolo grido su una minuscola isola di un immenso oceano. Un’isola dove ora stava tornando, perché era il tempo di fare ritorno, perché lì il suo timone alato puntava, e lui lo seguiva con la fede che hanno gli albatri che solcano i venti del mare.

La signora emise un suono schioccante e spruzzò un soffione d’acqua così alto che riuscì a bagnare l’albatro. Avevano ancora tanta strada da fare, acquatica l’una e aerea l’altro, e il tempo del loro incontro volgeva al termine.

E così, con la gentilezza di un albatro, sbloccò le sue enormi ali e scese di quota fino a farsi spruzzare ampi getti d’acqua salata dalla signora soffione, e poi percorse ampi cerchi a volo radente affinché i loro occhi si potessero incrociare, e dopo un breve e intenso scambio di sguardi, si salutarono, ciascuno a proprio modo, con i propri suoni e i propri canti.

In alto, oltre la Via Lattea, il suono fondamentale dell’universo continuava a sostenere, con la sua vibrazione, anche quell’angolo di mondo così freddo, e soltanto in apparenza così lontano da tutto.

L’estremità del mondo si preparava a contrastare l’ingresso di forze ostili, e in molti in quei luoghi incantati alzarono i loro canti alle stelle.

Come hai detto?
Tommy