Io non ho paura

La paura è lo stato emotivo con cui gli esseri senzienti riconoscono la presenza di un evento critico. La paura nasce dalla prudenza, e la prudenza è la capacità di prevedere, ovvero di vedere prima quello che potrebbe succedere. La paura è rispetto verso se stessi, richiede intelligenza, responsabilità, osservazione. Se la paura viene ignorata vuol dire che viene negato il rispetto della vita di cui ogni essere vivente è custode.

Io non ho paura è diventato il nuovo credo, celebrato come professione di fede nei nuovi riti sacri dei cortei umani. Non è un pensiero che nasce dal sentimento del lutto, non è una frase che sgorga spontanea dalle bocche delle persone che testimoniano il proprio cordoglio nei luoghi degli attentati. Si tratta di uno slogan appositamente creato per le manifestazioni di massa e per la frenetica comunicazione cibernetica in cui l’uomo moderno socializza isolandosi sempre di più. Io non ho paura è l’atto di fede che testimonia il un nuovo individualismo.

Le agenzie di comunicazione sono la cassa di risonanza di una voce popolare inesistente, una voce che non si è mai realmente e autonomamente espressa perché in realtà non ha coscienza di sé.

Io non ho paura è una affermazione generica e quindi incompleta; manca la specificità entro cui esiste, ovvero questa specificità è volutamente sottintesa; e in quanto non verbalizzata ha un maggior potere convincente. Ma se l’elisione viene esplicitata allora il motto rivela l’artificio lasciando emergere il capriccio consumistico: io non ho paura di svolgere le attività in cui ero impegnato quando si è verificato l’attentato.

In altre circostanza potrebbe essere un grido di battaglia, simile allo sluagh gairm scozzese pronunciato dai combattenti per affermare il proprio esprit de corps, ma Io non ho paura è un urlo individualista che non vuole unire ma riunire. E la differenza tra i due termini è la stessa che separa la rivoluzione dall’involuzione.

Qui non viene esaltata l’impavidità del cavaliere che affronta il drago per salvare la principessa oggetto del suo amore, disinteressato e quindi puro, ma la mancanza di paura nell’aderire al condizionamento culturale del liberismo economico. Forse non è un caso che gli attentati si siano svolti nei luoghi frequentati da quei settori di popolazione maggiormente suscettibili alle spinte consumistiche contemporanee.

La maggior difesa dell’impavido slogan è quella di sostenere che la paura genera diffidenza, isolamento, e quindi xenofobia. In parte è quello che avviene, soprattutto quando la paura viene strumentalizzata o quando prende il sopravvento, e così a una analisi superficiale il temerario movimento progressista sembra risplendere di fulgida luce libertaria. Ma si tratta solamente di superficiali movimenti emotivi che non corrispondono alle correnti profonde che li generano e li nutrono. Non si può credere di procedere verso il sole basandosi unicamente sull’orientamento della punta dei piedi, ma occorre una visione più ampia da cui constatare la direzione dell’effettivo spostamento, perché non camminiamo sempre su terre solide, ma su piattaforme in movimento, e la direzione dei nostri passi può essere contraria alla direzione di queste.

Solamente la sensibilità che proviene dalla consapevolezza può mostrare i meccanismi usati per addormentare le coscienze; solamente la capacità di riconoscere il proprio pensiero permette di riconoscere quello che è un innesto; solamente una percezione senza pregiudizi rende l’essere umano veramente libero.

La società del desiderio
Diritto di vita