L’essere umano è condizionato dalla comunicazione verbale e spesso ignora altri sistemi di comunicazione, limitando così la propria percezione del mondo in cui si trova. Io sono Io è un monologo teatrale in cui il protagonista osserva alcune carenze comunicative tipiche della razza umana e gli effetti che hanno sulla loro vita.

IO SONO IO

EXT. UNA PANCHINA – GIORNO.

IO cammina allegramente verso i quattro angoli del palcoscenico, a ogni angolo volta la schiena alla platea.

IO

(Primo angolo)

Due, e ancora due.

(Secondo angolo.)

Ah, questa è roba buona. Qui ci vogliono due spruzzi da pompiere.

(Terzo angolo.)

Ecco, anche qui abbiamo messo tutto a posto.

(Quarto angolo.)

Lo sapevo. Quel grosso attaccabrighe. Ma mi sono preparato, ho giusto quello che ci vuole. Adesso prova a coprire questo se ci riesci! Io gli asparagi li schifo, ma a volte bisogna fare qualche piccolo sacrificio.

(IO si avvicina alla panchina, rimane in piedi.)

Ecco fatto! Il perimetro è segnato. Uno, due, tre, quattro, ci sono tutti.

(Si guarda intorno soddisfatto.)

Cosa vuol dire? Perché lo facciamo? Potrei chiedervi perché non lo fate voi. Ogni tanto vi vedo, qualcuno di sera, vicino a un albero, di nascosto. Umani! Io spruzzo dove mi pare, perché so quello che faccio, io, e non me ne vergogno. Invece voi vi guardate indietro, a destra, a sinistra, sotto, sopra, e poi, lentamente, forse per paura di romperlo... e quando finite mettete tutto via di corsa, come se non foste passati di lì, come se non ci fosse l’albero, l’aiuola, il piccolo affluente che avete appena creato. È roba vostra, dovreste esserne fieri!

(pausa)

Lo sapete che è considerata roba sacra in alcune culture? E lo sapete che si usa come medicinale? E poi sprecarla tutta in un posto! Fatti vostri.

(pausa)

Qualche studioso dei vostri dice che lo facciamo per segnare il territorio. Certo, è così, ma si tratta di una analisi molto limitata e superficiale. Come se io leggessi una poesia e mi fermassi al significato letterale, senza penetrare nel metalinguaggio simbolico-escatologico dei significanti intimamente connessi alle figure archetipiche della cultura di riferimento del poeta, che forse avrebbe potuto dire quello che doveva dire semplicemente con un delicato spruzzo sulla pagina.

(pausa)

Voi siete costretti a usare le parole per comunicare, per interagire, ma le vostre parole sono fatte per confondere. Con quelle poche gocce non dico solamente che sono stato qui, ma dico anche chi ero, cosa pensavo, cosa avevo mangiato, cosa avevo bevuto, il mio umore, il mio carattere, racconto tutto me stesso senza veli. Le parole invece sono invadenti, siamo costretti a sentirle, e poi quello che sentiamo che cos’è? Parole, appunto. Finché si tratta di semplici comunicazioni “vai lì, vieni qui, porta questo, porta quello”, non ci sono problemi, ma quando inizi a scavare un po’ più in fondo, allora... Ecco, due sconosciuti si presentano, “piacere, piacere mio”. Sarà vero? Cos’è questo piacere? Noi invece andiamo subito al punto: il sottocoda. Il sottocoda non mente. Intanto capiamo subito con chi abbiamo a che fare. Cucciolo, adulto, anziano, maschio, femmina, fidanzata, in età di marito, eunuco. Da noi ci sono ancora gli eunuchi. Non entro nel merito, perché...

(pausa)

Beh, però un appunto lo devo fare. E se le cose fossero invertite? Tu, vieni un po’ qui, tu sei troppo... attivo... andiamo a trovare il dottore che ti... alleggerisce dai tuoi impulsi, corretti e naturali. Scusate ma quando io mi trovo un sacchetto sgonfio nel sottocoda penso che... insomma restituirei il favore.

(pausa)

Comunque dicevo che a noi basta qualche secondo per sapere chi abbiamo di fronte. A volte il processo è così interessante che ci dilunghiamo nelle analisi, ma come forma di piacere personale. Come rileggere la stessa poesia più volte. A me piacciono le poesie. Voi invece buttate parole nelle orecchie dei vostri simili per coprire quello che siete. “Ieri il mio fidanzato mi ha portato fuori a cena, siamo andati a magiare sushi, che classe...” Mi è bastato un attimo per capire che la serata è finita con problemi intestinali.

(pausa)

Vi chiederete come fate a capirmi. Come faccio io, che sono un cane, a parlare, oppure come fate voi, che siete umani, a capire quello che dico io, che sono un cane. Intanto posso dirvi che non sto realmente  parlando con voi ma più esattamente comunicando, e grazie a questa scatola magica in cui siamo inseriti. Io non so bene come funzioni questa cosa ma qui il mio pensiero diventa parola per le vostre orecchie. Ecco, abbiamo chiarito le questioni tecniche per i soliti curiosi.

(Si siede sulla panchina, prende le pantofole da cane nascoste dietro la panchina e le indossa. Poi indossa i guanti da cane.)

Buffo vedere il mondo dalla vostra altezza, su due zampe. Voi usate le zampe davanti per fare tutto quello che dovete fare. Io comunque preferisco avere le mie quattro zampe tutte a terra. Dei pollici opponibili non saprei cosa farmene. Comunque, vi siete mai chiesti come si vede il mondo dalla mia parte? Cioè com’è veramente la vita da cani? Battute a parte, che tra l’altro non le ho mai sopportate né tantomeno capite.

(pausa)

Ho passato la mia infanzia in campagna. Alberi, prati, terra ed erba sotto le zampe. Poi un giorno mi sono ritrovato qui, in una di queste cose che chiamate città. Qualità della vita eccelsa. Avete mai annusato l’asfalto? Puzza. Ve lo dico io. Odora di bruciato, anche dopo anni che è passato il rullo compressore. E così l’aria. C’è sempre un retrogusto di qualcosa che brucia troppo.

(pausa)

Un attimo, un attimo, però. Sento qualcosa, tra tutte queste nefandezze. Oh, sì, è la barbagnocca a passeggio! Ora la sento, zampa anteriore destra, zampa anteriore sinistra, si ferma, annusa, riprende la camminata. Devo andare. Dovrei andare.

(Cerca di alzarsi ma rimane seduto sulla punta della panchina come se un dubbio lo trattenesse.)

Vorrei andare, ma è uscita con quella!

(Annusa l’aria protrudendo il collo.)

Ne sono sicuro, è proprio lei. Che cosa posso fare? No, no, se la vedo la mordo di nuovo. Sgnack! Non che non se lo meriti, ma qui per un piccolo morso sembra che hai fatto chissà cosa. È nella mia natura mordere quel tipo di persone, se lo meritano. Però sembra che per l’essere umano, l’essere umano sia sacro. Primo, non mordere gli esseri a due zampe. Secondo, se li mordi c’è il rischio che ti accoppano. Terzo, i non umani non hanno diritto di parola. Comunque non è che il mio desiderio morsicatorio sia infondato. Quella appena mi vede prende in braccio barbagnocca e si mette a urlare con quella vocina rompitimapni: “aiuto, un cane insidia la mia piccola!”. La prima volta credevo che le barboncine potessero lievitare da terra, come se fossero rapite da qualche astronave.

(pausa)

“Alieni rapiscono barboncina nei giardini pubblici”. Poi mi sono accorto che era la sua passeggiatrice. La barboncina era spaventata, e io per fare il gentil cane, valoroso e senza paura, ho fatto la cosa più giusta che un cane potesse fare, ho morso la caviglia della rapitrice. L’umana si è spaventata e ha mollato la barboncina come un pacco, ma appena ha atterrato siamo scappati insieme. Intanto quella urlava e si agitava e chiedeva aiuto. Dopo poco siamo stati presi, catturati come fuggiaschi, legati al guinzaglio e allontanati. Ci siamo abituati a essere ripresi. Anche troppo. E zitti, vi guardiamo sperando che capiate. Comunque preferisco evitare problemi. Se voglio annusare la barbagnocca aspetto che esca con l’umano maschio da passeggio. Lui non pretende di capire e non ostacola i nostri incontri.

(pausa)

Ho visto i migliori quadrupedi portare a spasso bipedi decerebrati.

(pausa)

Ecco, ora gira l’angolo, annusa le mie tracce, le riconosce, struscia il muso per profumarselo del qui medesimo cane narrante. Capite? Noi creiamo il nostro stesso profumo. Siamo la fragranza che portiamo a spasso. Io, pelo, ossa, naso, occhi, usta, saliva, zampe, coda e annessi, sono solo e soltanto io.

(pausa)

Cos’è che definisce un buon odore da un cattivo odore? Lo sapete? Sapete spiegare la differenza tra fragranza e olezzo? Intendo al di là del personalissimo gusto derivato dal martellante condizionamento culturale e mediatico a cui vi sottomettete con lo stesso sorriso del masochista mentre paga la prestazione della signora vestita di lattice col frustino.

(pausa)

Comunque sia, fatti vostri. Pensate che noi non abbiamo cultura soltanto perché non produciamo contenuti intellettuali. Eppure io credo che la vostra cultura sia il segno del vostro limite, la linea di confine lungo la quale vi aggirate chiedendovi cosa c’è oltre, ma senza mai osare. Per me un fiore è un fiore. E sono felice quando posso ululare alla luna. Non mi interessa andare lassù, e non interessava neanche alla nostra amica Lara. Sapete la storia, vero? Perché con tutti i vostri calcoli e con tutte le vostre macchine non sapete ancora dire quando arriverà il prossimo terremoto. Noi sì. E questo vuol dire che avete perso qualche pezzo di voi stessi per strada.

(pausa)

Ho scoperto che gli umani usano regalarsi scatole porta-odore, ma non si tratta del proprio odore ma di quello di qualcun altro. Se li spruzzano e si dicono “buono, buono”, oppure “mi piace”, o ancora “è un po’ troppo dolce” oppure se ci sono dei maschi alfa diranno”amaro, muschiato, come piace a me”. Io non capisco, anziché portare con orgoglio il proprio odore in giro, si ricoprono con quello altrui.

(pausa)

Per noi è come alzare una tenda, possiamo scostare quell’odore contraffatto e annusare l’usta della persona. Quando dobbiamo relazionarci con gli umani dobbiamo sempre scostare un velo dietro.

(pausa)

A volte il loro cuore è come una preda che dobbiamo stanare dal fosso in cui è precipitato.

(pausa)

Ma io sono soltanto un cane che aspetta il suo amico a due zampe per la passeggiatina serale nel parco e la pappa. E poi la camminata sotto le stelle. E poi quella con la brezza mattutina che soffia tra i ciuffi delle orecchie. E in mezzo a tutto questo camminare, a tutte queste ciotole di crocchini e bocconcini, cosa rimane? Il mio respiro, che poi è quello di tutte le specie. Un respiro della stessa aria che ogni cosa su questo pianeta respira. Un respiro diviso in miliardi di piccoli respiri, ma è lo stesso identico respiro. Questo mi fa capire chi mi trovo davanti, senza documenti, passaporti, rapporti medici, strette di mano e senza sentire quello che mi dice. Questo mi fa capire se la Terra ha intenzione di scrollarsi qualche dramma dalla superficie.

(pausa)

Un cane è prevalentemente naso, è quasi tutto naso. Lo avrete capito dopo millenni di convivenza. Grandi o piccoli, è come se fossimo “tutto naso”. Siamo i guardiani dell’aroma del mondo. E di quello che ci sta dentro. Noi siamo questo, senza stampelle tecniche o strumenti scientifici. Ecco a voi il signor e la signora naso. Tu hai la glicemia alta, tu hai un principio di tumore, tu sei disperso a sei metri sotto a una valanga di neve in questo preciso punto, e tutti voi siete passati per questo sentiero. Tu fumi le canne, e tu anche. Tu preferisci la  cocaina. Tu sei cattivo. Sentiamo anche i cattivi, i malintenzionati. Tu hai paura di me. Forse esseri un po’ più umili di voi ci vedrebbero come divinità, come figli di dei proiettati su questa terra per aiutarvi a capire che cosa significhi vivere.

(pausa)

Mi ricordo quando ero ancora abbastanza cucciolo da cavarmela con l’insubordinazione. Eccomi in campagna. Piove. Acqua sopra e acqua sotto. Sulla testa e tra le zampe, e sotto la pancia. E il fango fresco. Correvo felice. Un gruppetto di umani si riparava timidamente sotto al portico. “Vieni qui che ti sporchi.” Eppure ridevano e dentro sentivo che volevano lasciarsi andare alla danza della pioggia estiva. Li guardavo, giravo intorno a loro per invitarli, ma sembravano essere legati da guinzagli invisibili. La pioggia mi attraversava e mentre correvo diventavo sempre più parte di lei. Dalle alte nuvole in cielo, giù fino alla terra che diventava fango.

(pausa)

E quando ero finalmente zuppo d’acqua, con i grandi occhi ridenti e la coda festante, sono andato da loro, sotto il portico. Cosa dovevo fare? Mi sono adeguato all’ambiente più asciutto e quindi ho scrollato l’eccesso d’acqua dal manto.

(pausa)

“Oh, no”, “Cosa fai”, “Ci sporchi tutti.” Un po’ d’acqua non ha mai fatto male a nessuno, suvvia. E poi come fa l’acqua a sporcare? Non ha senso. Ah, il fango? Ma è acqua e terra, terra e acqua, acqua e terra. Come fa l’acqua a sporcare la terra? Impossibile. Ah! La terra a sporcare l’acqua? Se hai sete scegli una pozzanghera adatta. Ce ne sono sempre, basta cercare. Avvicinatevi, sentite com’è rinfrescante. Perché non venite a correre con me lì fuori? Perché vi allontanate da me? Forse ho fatto qualcosa di sbagliato? E cosa?

(pausa)

Se c’è una cosa in cui gli umani riescono bene è la noia. Riescono ad annoiare tutti, anche noi.

(pausa)

Ho visto meravigliosi esemplari di canidi affetti da nevrosi umana. Ho visto la loro ragione lineare distorcersi dietro alle insensatezze della vostra razza glabra. Ho visto dietro a quegli occhi retti da un minuscolo naso la nebbia dei pensieri che non si alza mai, né mai permette a un raggio di sole di scaldare gli umidi pantani da cui nasceste.

(pausa)

Quando lasciammo la razza dei lupi per unirci a voi sapevamo che avremmo dovuto faticare e soffrire, morire e rinascere più e più volte. Scavare, ancora e sempre, dentro ai vostri sguardi sfuggenti per alimentare la minuscola e invisibile fiamma che alimenta le coscienze. Questo vuol dire essere cani per noi. Le apparenze hanno sempre sviato la vostra attenzione, da millenni ormai. Eppure noi insistiamo, con i nostri occhi di gioia e il naso umido, sperando che l’ora della consapevolezza arrivi anche per voi.

(pausa)

La nostra fame è la vostra fame, la nostra sete è la vostra sete, il nostro dolore è il vostro dolore, la nostra gioia è la vostra gioia. La nostra vita è la vostra stessa vita. Riuscite, non a capire, ma a sentire che si tratta della stessa cosa? Questa energia che tiene instancabilmente in moto il mio cuore è la stessa ovunque si guardi. Perciò dividi il tuo cibo con me, in rispetto e in onore di questa misteriosa energia che fa essere me cane e fa essere te uomo.

(pausa)

Forse la verità non è che siamo affezionati a voi, non è questo quello che avviene nel nostro cuore. Forse noi vediamo quello che ancora non siete e con tutto l’entusiasmo che contraddistingue la nostra specie, cerchiamo di comunicarvi quel poco che abbiamo capito. Io mi ci sono buttato a capofitto, nella vita, appena ne ho avuto la possibilità. L’ho inseguita, rincorsa, presa a morsi, attimo per attimo. Per questo io posso dire di essere pienamente cane. Ogni pelo del mio mantello, ogni cellula del mio corpo, ogni fiato del mio ansimare, è fedele a quello che sono. Non potrei spruzzare acqua che non dica quello che sono, capite? sarebbe biologicamente impossibile essere insincero.

(pausa)

E per me la vita e la sincerità coincidono. Non può esistere l’una senza l’altra. Sono due aspetti della stessa cosa, di quella cosa misteriosa che mi fa essere qui, a scodinzolare festosamente o a mordere rabbiosamente.

(pausa)

Sono come un manicotto di pelo attraversato da una inspiegabile energia cosmica. Non trattengo nulla per me, risuono della vita come una canna d’organo, istante dopo istante, vita dopo vita.

(pausa)

Ora però sono stanco. Forse dormirò e sognerò. O forse mi sveglierò da un sogno nel parco. Dove c’è una panchina e un lampione, e una barbagnocca a passeggio. E un cane che dorme e sogna.

[FINE ESTRATTO]

Aster