La società del desiderio

Una società che genera insoddisfazione è una società che induce uno stato di costante bisogno. L’insoddisfazione genera il desiderio, i modelli comportamentali trasformano il desiderio in necessità, e la necessità conduce alla compulsione del consumo.

Il gradimento e la popolarità sono la nuova misura dell’essere, le icone incensate negli altari della nuova società. L’emulazione dei testimonial e l’assoggettamento ai social generano spinte culturali uniformartici che conducono a un progressivo coartamento della propria consapevolezza, ma senza consapevolezza di sé non ci può essere fine all’insoddisfazione. L’ipertrofica presenza degli stimoli visivi rende lo sguardo interiore una attività sempre più rara.

L’essere umano non riesce a vedere alternative perché è portato ad accettare le antinomie della politica, e catturato da un vortice di dispute polemiche, non osa vedere oltre. Le critiche allo status quo sono ridotte a movimenti superficiali che non mettono in discussione le fondamenta del sistema sociale ed economico ma solamente la sua gestione, così il loro unico risultato è quello di spostare piccoli vantaggi e arroganti privilegi da un agglomerato democratico a un altro.

Lo stato di impoverimento generale non ha come scopo principale l’arricchimento di una ristretta plutocrazia, ma quello di creare un ulteriore livello di insoddisfazione: più manca il denaro, più è desiderato, e più è desiderato più diventa necessario.

Gli strumenti di comunicazione hanno definito questo processo crisi economica, e così il problema è diventato impersonale e ineluttabile. Se l’impoverimento—ovvero la strategia di impoverimento—venisse descritto come un dislocamento di ricchezze (i benestanti non possono esistere senza i poveri) allora la crisi economica sarebbe interpretata in modo differente, e la rassegnazione sarebbe sostituita in fattività.

Il potere persuasivo del linguaggio plasma il pensiero e modifica la percezione della realtà: l’iniqua distribuzione delle risorse, favorita dalle regole del mercato, si trasforma in una crisi economica, senza cause e senza volto, improvvisa e imprevedibile come un monsone, e l’uomo non può far altro che aspettare l’esaurimento della sua forza distruttrice.

Auspicare una ripresa dei consumi è oltraggioso perché equivale ad auspicare un costante senso di insoddisfazione nella popolazione.

La cassa di risonanza mediatica ribadisce la mancanza di lavoro, eppure i fiori continuano a sbocciare, i frutti a maturare, e i nostri cuori a battere; la vita è sempre al lavoro. Il lavoro forse più importante, quello necessario per rimediare i danni causati dall’attività umana sul pianeta, diventa volontariato di frange utopiche della società. Questo è possibile perché il concetto di lavoro è stato ridotto a una occupazione funzionale al consumismo, ogni altra attività diventa marginale a esso. È questo il lavoro che nobilita l’essere umano? Forse è la busta paga che valorizza il lavoro, e questo, in quanto veicolo economico, nobilita di riflesso l’uomo; ma in questa equazione è evidente che sono i soldi—frutto di una ristretta tipologia di attività—a nobilitare l’uomo. Maggiore è la quantità di soldi, maggiore è la nobiltà dell’uomo.

L’uomo contemporaneo concede sempre più importanza all’economia e sempre meno a se stesso. È questa la moderna schiavitù, voluta dall’economia e dissimulata dalla nuova cultura.

Una società florida non è condizionabile perché è consapevole di se stessa e riconosce le basi su cui si fonda il proprio benessere, ovvero è felice per quello che ha e per quello che distribuisce; non ha bisogno di invadere mercati, di sfruttare risorse o di imporre se stessa.

Soppressione per pericolosità
Io non ho paura