Aurora e il secchiello
A volte capita, tra i molti percorsi che conducono da casa al mare, e tra i differenti orari in cui percorrerli, di incontrare una persona del tutto sconosciuta. Questo vuol dire che non si conosce il nome della persona sconosciuta, ma anche che questa persona non era mai stata vista prima, neanche brevemente. Quando avviene gli adulti parlano di caso o di coincidenza, ma per Aurora questi erano incontri che dovevano avvenire proprio perché avvenivano. Per questo motivo quando si imbatteva in un nuovo incontro era sempre molto curiosa di vedere cosa sarebbe successo lungo il sentiero comune.
Aurora era una bambina allegra e simpatica, almeno così dicevano di lei i suoi amici, soprattutto gli amici che poteva vedere soltanto lei. Questa era una particolarità che non la preoccupava affatto, perché secondo lei ognuno vede quello che vuole vedere.
Il sentiero in cui si incontrarono era un viale di un piccolo paese di villeggiatura estiva che collegava la zona residenziale con la spiaggia. Quella mattina un uomo, che non si era mai visto nel villaggio, decise di uscire di casa nel momento stesso in cui Aurora passava di fronte al suo vialetto. E siccome erano entrambi diretti verso il mare, i due reciproci sconosciuti si ritrovarono a camminare uno accanto all’altra.
Dopo qualche passo Aurora decise che era ora di dire qualcosa e iniziò a lamentarsi su quello che vedeva intorno a lei, proprio come aveva visto fare tante volte agli adulti. «Vorrei tanto sapere perché non aggiustano la strada. È rotta e piena di buche. Quando corro, rischio di cadere e di sbucciarmi le ginocchia. A me non piace avere le ginocchia sbucciate perché bruciano quando faccio il bagno nel mare.»
La domanda della bambina colse l’uomo di sorpresa; per non sembrare impreparato cercò il più velocemente possibile, tra tutti i pensieri che aveva in testa, una frase che potesse andare bene come risposta, e finalmente la trovò. «Mancano i fondi per poterla aggiustare.»
«Cosa sono i fondi?» chiese la bambina.
«I fondi sono i soldi che servono per fare le cose.»
«E perché mancano i soldi?» Quando Aurora voleva sapere qualcosa stava sempre molto attenta a non tralasciare niente.
«Perché adesso c’è una crisi economica che coinvolge tutto il pianeta,» rispose l’uomo sperando che fosse l’ultima domanda a cui l’educazione gli imponeva di rispondere.
«Che cos’è una crisi economica?» incalzò Aurora.
«Una crisi economica è un periodo in cui le persone non spendono i soldi perché ne hanno troppo pochi.»
«E perché ne hanno pochi?»
«Perché le banche hanno venduto molti titoli che non hanno dato frutti.»
«Ma i titoli sono sulle copertine dei libri e non fanno i frutti; gli alberi fanno i frutti, non lo sai?» chiese Aurora guardando l’uomo con aria sinceramente interrogativa.
L’uomo pensò per un po’ come rispondere, poi disse: «Ci sono anche altri titoli che non si trovano sui libri e anche loro fanno i frutti.»
«E dove si trovano questi titoli che fanno i frutti?»
«Si trovano su fogli di carta che si comprano e che si vendono.»
«E questi titoli come fanno a fare i frutti?»
«Fanno i frutti quando li compri a un prezzo e dopo li vendi a un prezzo più alto.»
Aurora pensò a quanto aveva appena ascoltato, e quando finì di pensare disse ad alta voce quello che aveva pensato: «A me questa cosa di fare i frutti dai titoli dei fogli di carta non sembra una bella idea.»
«Però è così che funziona l’economia,» rispose l’uomo con benevola superiorità.
«E perché funziona così?» chiese Aurora, per nulla scoraggiata.
«Funziona così…» iniziò a rispondere l’uomo mentre con lo sguardo cercava la fine della strada sperando che quella sarebbe stata anche la fine delle domande, «perché le persone che devono fare cose importanti hanno bisogno di molto denaro, e per averlo scrivono su tanti fogli di carta la promessa che quando le cose che devono fare saranno completate daranno molti soldi a tutti quelli che avranno comprato i loro titoli.»
«Allora anche io posso fare i titoli?»
«No, tu non puoi, perché per scrivere quei titoli bisogna avere molti soldi.»
«Ma se avessi i soldi perché dovrei vendere i fogli di carta con i titoli scritti sopra?»
«Perché secondo la legge del mercato non si usano i soldi che si hanno già per fare qualcosa, i soldi che si hanno già servono per chiedere altri soldi.»
«E quelli che hanno i soldi a chi chiedono altri soldi?»
«A chi compra i titoli.»
«E chi è che vuole comprare i titoli?»
«Li vuole comprare chi ha meno soldi e ne vuole avere di più. Questo si chiama investire.»
«Quindi se voglio avere più soldi devo vestire i titoli?»
«Investire, si dice investire. Se vuoi avere più soldi devi investire nei titoli, così anche tu potrai prendere i frutti.»
«Ho capito, però mi hai detto che anche chi vende vuole avere più soldi.»
«Infatti questa è la legge del mercato, la più importante, e si chiama profitto.»
«Ma non è possibile!» Esclamò la bambina, sorpresa.
«Perché dici che non è possibile?» chiese l’uomo, altrettanto stupito.
«È semplice. Gli alberi fanno i frutti ogni anno. Ci sono alberi che fanno i frutti d’estate, altri d’inverno, comunque almeno una volta all’anno fanno i frutti. Hai mai visto un frutto nascere? Io ho visto i frutti nascere e crescere. Quando sono cresciuti maturano e diventano rossi o gialli o verdi, o del colore che devono avere quando ci vogliono fare capire che si possono cogliere. Non tutti i frutti hanno gli stessi colori quando sono maturi, anche se io ho visto che quasi tutti preferiscono mettere qualcosa di rosso. Io so perché mettono il rosso. Mettono il rosso perché è il sole che li colora, e al sole piace il rosso, ma anche il giallo.»
«Però non stiamo parlando dei frutti degli alberi, ma dei frutti dei titoli,» disse l’uomo, un poco annoiato per aver dovuto ascoltare un discorso senza senso.
«Allora hai capito anche tu!» disse Aurora con soddisfazione.
«Capito che cosa?» replicò l’uomo smorzando l’entusiasmo della bambina.
«Allora non hai capito. Strano però, è semplice. Tutti sanno che non esistono gli alberi che fanno i soldi. Io non ho mai visto i soldi nascere. Questo vuol dire che i soldi sono come le stelle nel cielo.»
«Come le stelle nel cielo?»
«Esatto, le stelle sono sempre quelle. Le puoi contare, sono tantissime. Io ho provato a contarle una notte ma poi mi sono stancata e sono andata a dormire, quindi non so esattamente quante stelle ci sono in cielo, però sono tantissime. A me piace guardare il cielo di notte con i miei amici, e ci sono sempre le stesse stelle. Certo, ci sono le stelle d’estate e le stelle d’inverno, e poi si muovono così e così,» disse ruotando le braccia, «ma sono sempre quelle.»
«E allora?»
«Secondo la legge dell’approfitto tutti vogliono avere più soldi, giusto?»
«Profitto, legge del profitto,» la corresse l’uomo.
«Infatti, quello che ho detto io. Secondo questa legge se tutti vogliono avere più soldi vuol dire che li devono prendere da qualche parte, ma i frutti dei titoli non nascono ogni anno come i frutti degli alberi.»
L’uomo rimase un po’ a pensare, poi disse: «Certo che non nascono sugli alberi, altrimenti saremmo tutti ricchi, e non possiamo essere tutti ricchi.»
«Ma non possiamo nemmeno essere tutti poveri,» rispose a tono la bambina.
L’uomo non riusciva a capire dove lo portasse questo discorso, ma erano quasi arrivati in spiaggia, dove sperava di separarsi della bambina e dove sarebbe tornato ai propri pensieri. «Infatti, non sono tutti poveri, solo alcuni sono poveri.»
«Ma sono i poveri quelli che hanno bisogno dei soldi, non i ricchi. E se i poveri non hanno i soldi per comprare i titoli non possono avere più soldi e ne avranno sempre pochi.»
L’uomo rimase in silenzio. Guardava lo steccato che delimitava l’ingresso in spiaggia. Ancora pochi passi e si sarebbe liberato della bambina e delle sue domande. «È così che funziona e io non posso farci niente.»
Aurora era decisa a capire bene tutta questa questione dell’economia. Accelerò il passo e si mise di fronte al signore sconosciuto. «Io però una soluzione ce l’avrei!»
«E quale sarebbe?» chiese l’uomo, sperando che la bambina lo lasciasse passare.
«Se tutti voglio avere più soldi perché allora non ne facciamo di più? Basta fare quelli di carta. Si possono stampare come si stampano i libri.»
Aurora era ancora ferma, dritta davanti a lui, in attesa di una risposta. L’uomo sbottò: «Questo non è possibile, si possono stampare solamente tanti soldi quanto oro si possiede!»
«Perché?»
«Perché a ogni moneta che esiste deve corrispondere un pezzettino d’oro.»
«E chi ha questo oro?»
«L’oro è nascosto in una grossissima banca.»
«Allora se non si possono fare soldi nuovi devono pensare a un’altra cosa.» Aurora si guardò la punta dei piedi e dopo poco sapeva cosa dire. «Ma è ovvio, se l’oro è nascosto vuol dire che i soldi ci sono.»
«Come fai a dirlo?»
«Lo hai detto tu, se l’oro è nascosto nessuno lo ha preso.»
«Certo che non lo ha preso nessuno, e allora?»
«E allora se ci sono tanti soldi quanto oro nascosto nella grossissima banca, vuol dire che ci sono tanti soldi quanti ce n’erano prima che i titoli non facessero i frutti. E questo vuol dire solamente una cosa.»
«Che cosa?»
«Questo vuol dire che i soldi sono stati nascosti,» disse greve la bambina.
L’uomo rimase un po’ in silenzio, pensando a cosa rispondere, poi finalmente disse: «Ma i soldi vengono spesi, e quando si spendono finiscono.»
«Allora chi ne ha di più perché non li presta, così chi ne ha bisogno li prende e può fare quello che deve fare?»
«Certo che i soldi si possono prestare, ma sempre secondo le leggi del mercato; e quindi si deve restituire sempre di più di quello che si prende in prestito.»
«A me sembra una cosa sbagliata.»
«E perché ti sembra sbagliata?»
«Perché se io ti presto qualcosa vuol dire che non mi serve.»
«Questo mi sembra evidente.»
«Appunto.»
«Appunto cosa?»
«Appunto! Se tu mi restituisci quello che ti ho prestato e ci aggiungi qualcosa, mi ritrovo con più cose di quelle che avevo prima, e sono cose che non mi servono perché già non mi servivano prima.»
«Infatti è così che funziona.»
«Infatti no! Se io ho più secchielli di quelli che posso usare vuol dire che li tolgo a tutti gli altri bambini a cui servono.»
«I secchielli?»
«Ti spiego. Io vado sempre a giocare in spiaggia con due secchielli e due palette, così se c’è qualcuno che vuole giocare con me e non ce li ha io gli posso prestare un secchiello e una paletta.»
«E quando avete finito di giocare te lo restituisce?»
«Certo! Lo laviamo nel mare, lo mettiamo ad asciugare guardando tutto quello che abbiamo costruito e poi prendo il secchiello e lo metto dentro l’altro.»
«Interessante,» disse l’uomo niente affatto convinto.
«Allora, prendo il secchiello blu, dentro ci metto quello giallo, e dentro la paletta arancione e quella verde. Portare un secchiello o due secchielli è lo stesso, stanno uno dentro l’altro e quindi non devo usare due mani per portarli, ne basta una. E quando una mano si stanca, uso l’altra.»
«E cosa costruisci?»
«Costruisco tante cose. Di solito inizio con una torre,» disse Aurora, felice di illustrare la sua abilità nelle costruzioni con la sabbia bagnata. «Scavo una buca e la riempio con l’acqua di mare che ho preso con il secchiello e mescolo bene. Dopo che ho mescolato riempio il secchiello con la sabbia bagnata. Uso la paletta e le mani per questo. Quando il secchiello è pieno, lo giro sulla piazza che ho preparato prima. Devi ricordarti di fare una bella piazza larga dove mettere la torre, altrimenti non rimane dritta. Giro il secchiello sulla pianura della piazza e lentamente lo alzo, dando qualche colpetto di lato e qualche colpetto sopra, così la torre esce da sotto il secchiello senza che si rompa. La controllo bene tutta intorno, la liscio, e dove ci sono dei buchi aggiungo della sabbia bagnata. Poi faccio le finestre e la porta con il bordo della paletta.»
L’uomo colse l’occasione per liberarsi di Aurora. «Che brava che sei! Adesso andiamo in spiaggia,» disse invitandola con la mano a riprendere il cammino, «così tu puoi fare tutte le costruzioni che vuoi.»
Aurora non aveva nessuna fretta, però si era stancata di tutto quel parlare, e si avviò, ma non senza controbattere: «Allora hai capito? I soldi ci sono già tutti per aggiustare la strada, basta chiederli a chi li ha.»
«Ho capito, però ti ho spiegato che esistono delle regole che regolano tutto quello che possiamo fare con i soldi,» disse l’uomo affrettando il passo.
L’uomo e la bambina camminarono in silenzio fino alla spiaggia. Aurora si tolse le scarpe, salutò cortesemente l’uomo con cui aveva condiviso quel breve tratto di strada, e corse fino al bagnasciuga; lì avrebbe finalmente costruito tutto quello che la fantasia le suggeriva. Era bello sentire la sabbia sotto i piedi, pensò, ed era ancora più bello sentire le onde infrangersi sulle caviglie. Prese il secchiello e lo riempì d’acqua. Un gabbiano le passò sopra la testa. Si conoscevano, lei e il gabbiano; lui passava sempre a salutarla, e lei lo seguiva con gli occhi fin dove riusciva a vederlo. E fu lì, con lo sguardo verso l’orizzonte, alla vista di quell’immensità d’acqua, che Aurora capì qualcosa di importante. Cercò con lo sguardo il suo compagno di strada, portò una mano vicino alla bocca per farsi ascoltare meglio, e urlò: «Signore, signore, ma così chi ha moltissimi soldi ne avrà sempre di più fino a quando li avrà presi tutti!»
Il signore forse non intese, o forse finse di non intendere, alzò il braccio con il palmo rivolto verso Aurora, agitò la mano e sorrise. Poi immerse la testa nel giornale e sprofondò in un mondo di azioni, titoli e derivati. Aurora ebbe un moto di tristezza per l’uomo. Lei aveva tutta la sabbia che voleva e tutta l’acqua che poteva immaginare. Avrebbe potuto costruire tutto il giorno, finché il sole era in cielo, perché dopo, quando diventava arancione come una albicocca e si immergeva nel mare, era ora di entrare nel mondo dei sogni e giocare con i suoi altri amici.
Prima che il sole iniziasse a scendere dal cielo, del tutto inaspettatamente, almeno rispetto alle abitudini consolidate durante la breve villeggiatura della piccola Aurora, il gabbiano ritornò verso riva. E più si avvicinava, più era grande. E quando il becco dell’uno e il naso dell’altra furono talmente vicini che quasi si toccarono, un improbabile quanto efficace turbine di vento, causato da un perfetto colpo d’ala, alzò Aurora da terra per depositarla, con cavalleresca gentilezza, sul dorso del gabbiano gigante.
I due amici volarono oltre il mare, tra il vento che spettina i capelli e arruffa le penne, fino a quando videro un grosso albero spuntare dal mare, e lì il gabbiano planò. Aurora scese a terra scivolando sull’ala, si aggiustò i capelli e andò incontro all’albero.
«Puoi entrare, se vuoi,» disse l’albero con la voce profonda degli alberi antichi.
«Certo che voglio!» rispose Aurora per nulla stupita.
L’albero aprì un varco nel tronco, piccolo quanto era piccola Aurora, e la accolse nei segreti nascosti dalla sua spessa corteccia. «Qui abbiamo accumulato tutti i tesori che l’uomo ha perso nel corso delle sue traversate, i tesori che ha rubato alle terre che non gli appartenevano e i tesori che ha rubato alle navi che ha depredato.»
Aurora capì che si trovava dentro a una caverna, e l’albero ne era il guardiano.
«E come avete fatto a portare tutti questi tesori?» chiese Aurora.
«Proprio come abbiamo portato te, cara,» rispose cortese l’albero. «Vedo che hai un secchiello, credo che possa bastare, adesso riempi il tuo secchiello con un po’ di tesoro, così puoi tornare a casa e aggiustare le cose che devi aggiustare.»
«Oh, ma questo sarebbe bellissimo, grazie signor albero.» Aurora eseguì con cura il compito assegnatole, e quando ebbe terminato fece un inchino e mostrò all’albero il secchiello pieno di oggetti scintillanti.
«Perché avete preso tutti questi tesori?» chiese Aurora.
«Li abbiamo presi perché potrebbero servire, almeno fino a quando le cose non cambieranno,» rispose l’albero.
«Quali sono le cose che devono cambiare?»
«Tutte le cose,» disse serio l’albero.
«Tutte tutte?»
«Sì, tutte. Fino a quando i bambini non cresceranno più negli adulti di adesso ma in qualcos’altro.»
«E in cos’altro potrebbe crescere un bambino?»
«Un bambino può crescere in tante cose. Può crescere in un adulto che parla con i gabbiani, in uno che comunica con i gatti, può anche diventare un adulto che ascolta le stelle.»
«Ascoltare le stelle? Io le guardo con i miei amici, ma non le ho mai ascoltate.»
«Per ascoltare le stelle devi guardare con le orecchie,» spiegò l’albero.
«Ma le orecchie servono per ascoltare, non per vedere.»
«Aurora, quello che non sai è che ci sono suoni che si vedono con gli occhi e luci che si ascoltano con le orecchie.»
«E allora ci sono anche profumi che si vedono con gli occhi?» chiese Aurora, «e gusti che si ascoltano con le orecchie?»
«Certamente, ci sono anche quelli.»
«Davvero?» Aurora era estasiata perché le si era appena aperto un nuovo mondo davanti agli occhi, e alle orecchie, e al naso, e alla bocca.
«Sì, ma ne parleremo un’altra volta. Il sole ha quasi finito il suo giro ed è meglio rientrare,» suggerì l’albero.
Il viaggio di ritorno fu persino più interessante di quello di andata. Il gabbiano si divertiva a immergere la punta delle ali nell’acqua e creare degli spruzzi giganteschi su cui la luce del sole disegnava arcobaleni che Aurora poteva assaporare con gli occhi.
«Credo che quell’uomo si sia sbagliato,» disse Aurora, «non sa tutto quello che dice di sapere.» Il gabbiano la guardò e con gli occhi le rispose: «Sì, cara gli adulti sono fatti così. Credono di conoscere ciò che non sanno e ignorano quello che non conoscono.»
«Comunque adesso ho i fondi per aggiustare la strada,» disse Aurora soddisfatta guardando il secchiello pieno di oggetti preziosi.
«Sono sicuro che diventerà una strada bellissima.»
«Lo penso anch’io,» rispose Aurora, «e poi questa notte ascolterò le stelle. Tu le hai mai ascoltate le stelle?»
«Sì, io le ascolto tutte le sere.»
«E cosa ti dicono?»
«Le stelle mi ricordano chi sono e chi sono stato, e suggeriscono nuove rotte per la prossima alba.»
«Dev’essere molto interessante,» commentò Aurora.
«Lo è se sei un gabbiano, per te avranno sicuramente altre storie da raccontare. Noi gabbiani facciamo una vita molto semplice. A noi piace farci trasportare dalle correnti dei venti e osservare tutto quello che è sotto di noi. Dall’alto le cose che sembrano grandi e insormontabili diventano piccole, e quelle che sembrano separate e indipendenti diventano parte di un tutto più grande. E poi scendiamo a terra e cantiamo quello che abbiamo visto.»
«Ho sentito i tuoi canti, ma non credevo che dentro ci fossero i racconti.»
«Oh, ma ci sono. Devi ascoltare dentro ai suoni, perché se ti fermi ad ascoltare i suoni non li puoi sentire.»
«Domani sarò in spiaggia ad ascoltarti, allora.»
«Bene, Aurora, per domani avrò un canto anche per te. Adesso siamo arrivati, preparati a scendere.»
«Certo signor capitano. Buona notte.» Aurora scivolò dall’ala del gabbiano e posò i piedi sulla sabbia.
«Buona notte anche a te, a domani, Aurora.»