La rivoluzione di Cristo
Nessuna rivoluzione ha mai avuto gli effetti predicati, perché è sempre stata soltanto propaganda. Nessuna rivoluzione ha mai realmente rovesciato il sistema che combatteva, perché il suo revolvĕre è sempre stato un ruotare intorno agli assetti di potere. La rivoluzione, come atto esteriore, sarà sempre una imposizione esteriore sulla natura umana, per questo motivo i suoi risultati non potranno essere stabili. L’unica rivoluzione possibile è quella della coscienza. Forse per questo motivo il rivoluzionario Gesù di Nazareth non era interessato a cambiare il mondo ma a cambiare l’essere umano, l’artefice (o co-artefice) del proprio mondo.
Gesù ha indicato la via per l’unica rivoluzione possibile che consentisse all’essere umano di uscire dal circolo vizioso della storia, da quella ruota che ripete la vita all’infinito, e sempre con gli stessi errori. È l’uomo che deve cambiare, non gli imperatori che si trasformano in re, e poi in ministri, e poi in mercanti, e poi ancora in burocrati.
Il significato profondo della rivoluzione di Cristo emerge quando il popolo è chiamato a scegliere tra lui e Barabba, tra una rivoluzione spirituale e una rivoluzione politica. La presenza del popolo ci ricorda che siamo in presenza di una scelta che riguarda tutti, non la legge di Roma, non il dogma del sinedrio. Barabba è un rivoltoso, combatte per la libertà della sua terra. A lui si contrappone Gesù, ancora più rivoluzionario, così rivoluzionario da sovvertire le leggi dell’esistenza: apre gli occhi ai ciechi e richiama i morti alla vita. È un rivoluzionario che rivolta la terra e il cielo per realizzare quello in cui crede.
In molti accorrono per urlare il nome di Barabba, il piccolo sedizioso la cui spada non saprà liberare la Palestina. Si tratta di un plebis–scitum, di una decisione (scitum) presa dalla plebe. Ma chi è questa plebe? È la massa del popolo, e più esattamente quella parte di popolo che confluirà nella crescente massa dei consumatori contemporanei. Ma il giudizio di Gesù non è solamente il risultato di un plebiscito, è anche il resoconto del giudizio di un tribunale democratico, basato sul principio quantitativo.
La folla si allea con l’oppressore perché sia rilasciato l’inefficace liberatore della patria; la stessa folla che prima osannava l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, adesso lo disprezza. Il popolo è una massa la cui energia cinetica viene facilmente convogliata dal sinedrio, e la giustizia asseconda questa scelta rivelando la sua vera funzione: quella di mantenere il potere. Pilato osserva e acconsente non per convinzione ma per opportunismo.
Forse in quel momento Gesù ha visto tutti i procuratori della storia, tutti gli invasori di tutte le nazioni del mondo. Forse ha visto anche il futuro di Gerusalemme, divisa e contesa dal fanatismo dogmatico.
Se osserviamo con attenzione vedremo che quello sguardo è ancora lì, sul lastricato del praetorium. Un vasto eterno sguardo sul mondo, che offre la sola rivoluzione che sia in grado di liberare l’uomo dall’uomo.
La narrazione evangelica descrive Gesù come una persona che conosce le norme, ma sceglie di ignorarle. Gesù si pone al di fuori dalla legge, sia di quella romana che di quella giudaica. E tramite i miracoli si pone al di fuori anche della legge della materia. La sua è una rivoluzione sia spirituale che materiale. Se invita a restituire a Cesare le monete con l’effige imperiale, non è per obbedienza, ma per disinteresse. E per disinteresse infrange le soffocanti e ottuse norme religiose del suo tempo.
Ma può una suprema libertà essere tollerata dall’uomo? La decisione di condannare Gesù è stata presa dai sacerdoti nel momento in cui vengono a sapere che può sconfiggere la morte, l’ultima prigione che possa contenere l’uomo.
Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera».
—Vangelo di Giovanni 11:47,50
E adesso dov’è la rivoluzione di Gesù? Per quanto ancora il popolo urlerà Barabba, per quanto ancora i procuratori si laveranno le mani, per quanto ancora i sacerdoti vorranno uccidere Dio?
Ma ora siamo stati esonerati dalla Legge, perché siamo morti a ciò da cui eravamo detenuti, così che siamo schiavi in un nuovo senso secondo lo spirito, e non nel vecchio senso secondo il codice scritto.
—San Paolo, Lettere ai Romani 7:6, 7