Tommy
Era una calda mattina d’estate, velata da una leggera foschia che trasformava i luoghi in paesaggi onirici, come se fossero memorie crepuscolari dell’età di sogni lontani e dimenticati.
Non capiva perché era stato messo lì. Ipotizzò che fosse una situazione temporanea, come gli era capitato altre volte, situazione che si era sempre risolta con un energico sfregamento della sommità della testa. Forse era successo qualcosa, pensò, ma non poteva verificare le sue ipotesi. Aveva limitata libertà di movimento: poteva stare seduto, sdraiato o in piedi, ma entro un confine di pochi passi. E così alternava ciclicamente le posizioni, ora freneticamente, ora con maggiore parsimonia.
Dopo che fu passato un ragguardevole lasso di tempo, iniziò a chiamare con insistenti e ripetuti segnali acustici, seguiti da brevi intervalli di silenzio per riprendere fiato. Qualcuno avrebbe sentito e avrebbe capito: bisognava assolutamente condurre una indagine, e l’aiuto di qualcuno sarebbe stato benvenuto oltreché opportuno.
Aveva visto passare tante persone, tutte di fretta e con la testa piena di pensieri, intente a parlare una lingua che ancora non capiva bene. Tutte attente a incollare un suono a quello successivo, senza pause tra quello che doveva essere un concetto e quello seguente. Tuttavia, forse perché i passanti erano assorbiti nella loro ossessione, o forse perché lui era diventato invisibile, nessuno sembrò accorgersi di lui. E se fosse diventato veramente invisibile? Come avrebbe fatto ad avvertirli della sua presenza? I suoni erano ancora presenti, lui li sentiva, sentiva i suoi stessi richiami, e così, concluse, anche gli altri lo avrebbero dovuto sentire. Ma perché nessuno si fermava? Perché nessuno lo ascoltava? Erano forse diventati tutti sordi?
Quando il sole era ormai alto, ed era stanco dei tentativi di comunicare la sua posizione e la sua preoccupazione al mondo esterno, una mano gli portò dell’acqua. Non vide neanche chi o cosa fosse attaccato a quell’appendice umana, provò ad alzare lo sguardo ma il sole lo abbagliava, era tutto ironicamente luminoso.
Quando il sole iniziò la sua discesa oltre le colline l’aria finalmente si rinfrescò. E con quel fresco si diffuse un senso di fiducia nelle fibre del suo essere. Sarebbe stata questione di tempo. Ancora una piccola attesa e sarebbe riapparso agli occhi del mondo, pensò.
«Cosa è successo?» chiese un uomo non più giovanissimo, ma che mostrava di avere ancora forza d’animo e fiducia nella vita.
«Lo hanno lasciato lì da questa mattina, ed era prima che io iniziassi il turno,» disse la ragazza addetta alla preparazione delle bevande per i viaggiatori che usano sostare in quel tratto si strada.
«Certo che ci vuole coraggio a fare una cosa del genere!»
«Ho già avvertito chi di dovere e hanno detto che manderanno qualcuno al più presto. Purtroppo non mi hanno consentito di portarlo dentro, mi hanno risposto che non era possibile per il regolamento. Non hanno neanche il coraggio di dire no e basta! Si devono sempre nascondere dietro a qualche regola. Come se non le avessero fatte loro le regole. E poi fanno i loro comodi tutte le volte che vogliono.»
«Già, e non vedo che fastidio avrebbe potuto dare qui dentro.»
«Sai com’è qui, è tutto forma e apparenza. E così soffochiamo il nostro buon senso. Comunque sono riuscita a portargli un po’ d’acqua e qualcosa da mangiare, ma non ha preso quasi niente.»
L’uomo si trattenne a parlare con la ragazza. E mentre parlava un’idea iniziò a prendere forma nella sua mente, un’idea che si trasformò in aspirazione prima e in devozione poi. Forse lui avrebbe potuto fare qualcosa.
E così, saldato il conto, uscì, con una nuova determinazione.
Un signore dai modi distinti e rigidi aprì la portiera della sua lussuosa automobile, scese in strada e si spazzolò con la mano le maniche della giacca di gessato grigio, poi con un gesto preciso e meccanico raddrizzò il piccolo nodo della cravatta, sebbene questo fosse già perfettamente allineato con la linea di bottoni della camicia in tessuto azzurro spigato, con polsini e colletto bianco candido a doppia imbastitura.
Aprì il portellone dello spazioso bagagliaio e pulì il pianale con gesti calmi e misurati.
Il suo cuore tentava di accelerare i battiti ma qualcosa sembrava tenerlo a freno. Un velo oscuro iniziava a calare sopra strati di altri veli, e lentamente, così come era successo ai precedenti, anche questo si irrigidiva impedendo o limitando lo svolgimento di diverse funzioni biologiche e animiche che sarebbero dovute essere tipiche degli esseri senzienti.
Richiuse il portellone posteriore e guardò l’ora, ma la sua mente registrò unicamente l’importanza dell’orologio incastonato di materie considerate preziose, il cinturino liscio, e il polsino bianco che lo ricopriva parzialmente. L’ora non era importante. La distanza che aveva frapposto con l’ultima fermata era—invece—di grande importanza.
Il sole era ormai sorto da quando aveva fatto scendere il piccolo passeggero, ed era tempo di sostituire l’ingombro con un bene popolare tra i giovani cuccioli d’uomo appartenenti al suo status sociale. Avrebbe reso il passaggio da un possesso all’altro più agevole e con una più docile e controllabile esternazione di proteste. Doveva trovare un modo per rabbonire il figlio per la privazione di quel giocattolo a quattro zampe.
Due grosse braccia, molto più grosse di quelle a cui era abituato, sollevarono Tommy da terra. Non sapeva cosa fare né cosa pensare. Aveva consumato tutte le energie cercando di attirare l’attenzione sulla sua condizione, e adesso era troppo stanco per pensare a cosa gli sarebbe successo. Una voce dentro di lui, ovvero una voce che non era passata nello spazio compreso tra le due orecchie pendule, gli sussurrò di avere fiducia. E così fu.
Le nuvole si tinsero di rosa, il sole forse aveva già visto abbastanza per oggi, almeno in quella parte di scoglio sospeso nel vuoto e incomprensibile spazio cosmico. E senza troppa fretta, ma senza rallentare il passo, volse lo sguardo altrove. Altre storie da osservare, altre preghiere da sentire. Altri misfatti da registrare.
Era bello sentire l’odore umano così da vicino, non mascherato da altri odori che avevano unicamente l’effetto di nascondere ciò che per lui era ovvio e veicolato da quelle minuscole particelle che si incastravano nel tartufo nero e liberavano miriadi di informazioni. Dagli odori poteva capire le emozioni, lo stato di salute, gli alimenti assunti, e persino l’umore. A volte poteva anche predire il futuro. E poi il suo sottopancia era finalmente a contatto con uno strato di pelle e non con stoffe inamidate che non gli facevano percepire direttamente la temperatura corporea degli esseri con cui interagiva.
Le rughe dell’uomo si distesero, liberando incrostazioni vecchie di anni, le mani ruvide diventarono più lisce e percettive. Uno strato emotivo, indurito come una incrostazione calcarea, iniziò a dissolversi. E come la muta di un sauro o l’esoscheletro di un artropode, lasciò dietro di sé la vecchia corazza ormai inutile.
Mentre conduceva il suo veicolo a destinazione si sentiva guardato da due occhi tanto neri quanto interrogativi. E cercava, come meglio poteva e usando il suo linguaggio umano, di descrivere i suoi piani futuri e quello che avrebbero fatto insieme, lui e il suo nuovo compagno di viaggio. Ma si rese conto di quanto i suoi strumenti di comunicazione fossero limitati, e mancandogli le parole si limitava a sospirare.
Si ricordò allora di una favola che gli raccontavano quando era piccolo, narrava di un principe che comprendeva il linguaggio degli animali e di come loro intendessero perfettamente gli umani. Forse era lui, il grosso uomo, che non capiva cosa gli volesse dire il piccolo passeggero, e non viceversa.
La voce, quella che non passava dalle orecchie pendule, ma che proveniva da qualche altra parte del suo essere interiore, iniziò di nuovo a parlare. Tommy allora chiuse gli occhi, appoggiò il muso sulle zampe anteriori e ascoltò con attenzione.
«Hai accettato di offrire una possibilità a qualcuno che incontrasti in un tempo di cui non serbi ricordo. Hai scelto di fare un tentativo, di offrire l’ultima e definitiva opportunità prima di volgerti altrove, ma come hai avuto modo di vedere l’offerta non è stata accolta e la domanda non è stata presa in considerazione. Non pensare che questo sia per causa tua o per tuo errore. Anzi, se errore c’è stato, questo non è stato commesso da te. Le occasioni sono come semi, ed è nella nostra natura disporli nelle condizioni migliori per favorirne la crescita. E questo è tanto più vero per gli appartenenti alla razza umana che alla tua, per ragioni che in altri momenti ti saranno più chiare. Il tuo atto ha comunque implicazioni che vanno molto oltre il risultato immediato, come spesso accade. E di questo te ne puoi rendere conto da solo, anche in questo stesso momento. Hai messo in moto, tu da solo, piccolo cucciolo ora terrestre, una serie di eventi che hanno avvicinato un altro essere un po’ di più a noi, mentre ne hai allontanato un altro, che ha preferito avvicinarsi ad energie a noi non consone. Hai introdotto una possibilità nell’ambiente intorno a te, una possibilità che poteva essere colta. Il tuo richiamo è stato recepito. Hai diviso ciò che andava diviso. Hai interrogato il mondo e ti ha risposto. Tu, con la tua sola presenza, hai chiesto agli esseri a due zampe di fare una scelta, e questa scelta ha valenze evolutive molto importanti per il loro essere profondo. Tu, caro, hai interrogato l’uomo, e questo non ha potuto sottrarsi al proprio destino. Non eri tu a essere legato al palo, ma il mondo degli uomini a essere legato a te, e lo hai tenuto legato fino a quando non ha risposto. A volte ciò appare non è ciò che è.
Negli esseri a due zampe manca l’istinto del presente, manca il concetto del vivere nell’immediatezza. Mi rendo conto che può essere difficile per te da capire, ma sono sicuro che intuisci cosa ti dico. Le azioni degli umani sono dettate dalla legge dell’opportunità e dal calcolo delle ripercussioni che le azioni avranno su di loro; e spesso è proprio il calcolo che mette in moto il loro ragionamento. Che sia un calcolo di passione o di interesse, che sia costruttivo o autodistruttivo, non importa. Con il pensiero si sforzano di anticipare i risultati delle loro azioni—e non importa se in modo efficace o meno—prima che le mettano in atto.
È come dire che non vivono con le zampe ben salde per terra perché sono intenti a esplorare una costruzione del mondo che esiste soltanto nella loro mente. Questo vuole anche dire che incontrerai umani i cui comportamenti non ti sembreranno coerenti, né ti sembreranno coerenti i loro pensieri e le loro parole. Sono vittime di una malattia, e mentre alcuni sono sulla via della guarigione, altri si ammaleranno sempre di più, fino al punto che cesseranno di essere umani, forse per diventare qualcosa di altro, o forse per estinguersi definitivamente.
Ti troverai così, e molto spesso nel corso della tua esistenza terrena, a ribadire e ricordare agli umani l’importanza di essere coerenti con loro stessi, con i loro pensieri, parole, opere e azioni.
Il vostro sguardo, il tuo e quello dei tuoi compagni di viaggio a quattro zampe sulla terra, è magico perché ha il potere di risvegliare questa verità nell’uomo, verità con cui si sentirà confrontato.
Ma ora riposa. Io ti sarò sempre vicino, perché in verità sono parte di te.»
Tommy in realtà sapeva già tutte queste cose, ma non le ricordava, e l’effetto di quella voce aveva avuto lo stesso effetto che provava quando sentiva un profumo a lui familiare che risvegliava dolcemente eventi, luoghi, cibi e bevande.
L’automobile procedeva sicura sul rettilineo, la carrozzeria lucida e scura rifletteva gli alti pioppi che correvano ai margini della strada.
A intervalli regolari l’uomo in abito scuro allentava il nodo della cravatta, come per alleviare una inesistente stretta al collo. Ma i suoi abiti erano su misura, e non potevano essere loro la causa di quella sensazione.
La velocità era moderata, e in condizioni normali avrebbe consentito un sufficiente spazio per la manovra di frenata. Più avanti una macchia scura segnalava la presenza di una sostanza vischiosa e scivolosa. Gli alti pioppi la videro e aspettarono. Gli esseri alati, loro ospiti, trattennero il fiato; e così fece l’intera popolazione della campagna che si estendeva nei dintorni.
A volte basta poco per andare fuori strada, soprattutto quando si ritiene che tutto sia stato calcolato e previsto.
L’automobile sbandò e per pochi secondi si ritrovò nella corsia di marcia opposta.
Un camion rallentò bruscamente l’andatura e per evitare l’impatto dovette procedere per un breve tratto fuori dalla strada asfaltata. Immediatamente, appena l’uomo toccò il pedale del freno, posò il suo grosso braccio su quella palla di pelo per evitare che scivolasse giù dal sedile, predisposto per accomodare nel suo assetto altre dimensioni e forme fisiche.
«Aspetta qui,» disse il grosso uomo, che era riuscito a fermare il veicolo senza causare danni. Scese per controllare se il comportamento dell’altro autista che proveniva dalla corsia opposta fosse dovuto a qualche malore o ci fosse qualche altra causa più oscura. Ma con sua sorpresa constatò che l’automobile aveva ripreso la marcia e ora correva spedita verso l’orizzonte, come se nulla fosse successo. Intoccabile come i parassiti di malattie a cui si è diventati immuni.
Tommy alzò la testa per controllare il motivo di quella brusca fermata. Sperava che non lo attendesse un’altra lunga attesa, ristretto nei movimenti e invisibile agli umani. Seduto sul sedile anteriore credette di vedere, da quel grosso oggetto riflettente fuori dal finestrino chiamato specchietto laterale, qualcosa appartenente al suo passato, e col prodigioso tartufo nero che aveva in dotazione riuscì a captare alcune molecole di odori un tempo familiari e ora in rapido allontanamento.
«Era lui, ma questa è l’ultima volta che i vostri destini si sono incrociati,» sussurrò la voce, a cui adesso si era affezionato, e che avrebbe cercato spesso, a volte inclinando la testa di lato come per facilitarne l’eloquio.
Il grosso uomo entrò nella cabina di guida e vide Tommy che lo guardava con aria interrogativa. Questa volta capì esattamente cosa passava per la mente di quel piccolo essere.
«Non ti preoccupare, non ti lascio qui. Adesso andiamo, siamo quasi arrivati, sai?» gli disse, strofinandogli la testa con affetto. E Tommy, forse poco educatamente, strofinò il muso su quel braccio in modo da lasciarvi l’odore nel modo più inequivocabile possibile, così da non perderlo, o nel malaugurato caso ciò dovesse accadere, da poterlo ritrovare facilmente anche a diversi giorni di distanza.
Gli alti pioppi, gli esseri alati e la campagna limitrofa ruppero il silenzio, e la vita riprese a scorrere.
Era ormai sera quando il grosso uomo arrivò a casa. Salì le scale con il piccolo fra le braccia. Le mani, dalla pelle spessa e indurita dal tempo e dal lavoro, gli sembrarono più morbide del solito. Non aveva accennato nulla del suo nuovo amico alla persona che lo aspettava, e che aveva preparato la cena, come ogni sera, in attesa del suo ritorno. Non aveva avvertito che ci sarebbe stato un ospite. E col timore di essere sgridato e dover sopportare lunghi monologhi ad alta voce, monologhi che non sarebbe mai riuscito a tramutare in dialoghi, busso alla porta.
«E tu chi sei?» disse una voce femminile ma relativamente bassa nell’intonazione.
Tommy alzò la testa, la guardò dritta negli occhi, e senza pensarci su leccò immediatamente la mano protesa a salutarlo.
«Oh, cosa fai lì come una statua, non vedi che ha fame? Scommetto che non gli hai fatto mangiare niente!» sbottò lei. L’uomo posò a terra il cucciolo e tirò un sospiro di sollievo. Poi procedette verso le rituali abluzioni che precedono la cena. Mentre l’uomo si dirigeva nei luoghi appropriati una voce più acuta e impositiva della precedente lo inseguì: «dopo mi spieghi cosa hai combinato, non mi hai neanche avvertito, figurarsi chiedere un’opinione! Portare un’ospite senza dirmi niente!»
Ma sul finire della frase sentì che la padrona di quella voce si stava già industriando a preparare la cena per il nuovo ospite, che nel frattempo aiutava come poteva saltellandole intorno come se ogni salto potesse accelerare la preparazione del pasto.
Gli occhi della donna si inumidirono e finalmente le lacrime solcarono le guance portando un senso di sollievo nel suo essere, come fossero un balsamo. Qualcosa si sciolse e gli sembrò di provare un inatteso calore al centro del petto. Qualcosa dentro riprese a vivere, e a sentire.
Durante la cena il grosso uomo raccontò la storia di quell’incontro e la donna lo ascoltò con attenzione, e si commosse, e mentre la ascoltava diventava più bella. Come il primo giorno che la vide, come i giorni in cui sognava di dichiararsi a lei. Forse doveva raccontare storie più spesso. Chissà quando aveva smesso. Era come se la vita avesse inghiottito l’entusiasmo e la speranza, e adesso una piccola e trotterellante palla di pelo strappava via strati di malumori accumulati negli anni.
Era un cibo buono, pensò Tommy, con la testa ficcata dentro la bacinella dove ne era stata messa una abbondante porzione. Si adeguò senza problemi a quel contenitore improvvisato, che comunque aveva l’incredibile vantaggio di contenere molto più cibo di una ciotola convenzionale. E ritenne che questo fosse un buon segno.
La sua felicità era contagiosa e sentiva che veniva accettata di buon grado senza essere schermata o rifiutata come aveva visto succedere in altre occasioni. E più era contagiosa, più si sentiva soddisfatto.
«Allora, come si chiama il tuo nuovo compagno di viaggio?» chiese lei.
Il grosso uomo tacque, come un bambino che era stato colto impreparato, e poi, senza pensare, o senza credere di farlo, cosa che non gli era difficile, disse: «Tommy, si chiama Tommy.»
«Ah, e come fai a saperlo?» incalzò lei.
L’uomo, che era un po’ lento nell’esercizio della logica, si prese qualche secondo per rispondere. Mascherò quell’intervallo assimilando qualche boccone di cibo e sorseggiando la sua bevanda preferita, poi rispose: «Me lo ha detto lui, proprio dopo che è salito in cabina. E mi ha anche chiesto di non dirti nulla del suo arrivo perché voleva farti una sorpresa!»
«Tommy,» chiamò lei come per verificare se quanto gli era stato detto corrispondesse al vero, anche se in realtà era già stata conquistata da quel nome e dal nuovo ospite, ormai diventato inquilino a tutti gli effetti, «Tommy, vieni qui!»
E lui, che nel frattempo aveva ispezionato tutti gli angoli della dimora per scegliere i posti più consoni al suo riposo notturno, mattutino, pomeridiano, serale nonché quello occasionale, oltre ovviamente ai luoghi di appostamento in attesa delle razioni alimentari e quelli di chiamata per le uscite esterne, trotterellò allegro verso la donna che lo aveva chiamato, la quale in cambio della sua obbedienza lo accarezzò sulla testa, e lui a sua volta leccò il braccio di lei fin dove riusciva ad arrivare.
Quella notte, forse per mancanza di strumenti adeguati o designati allo scopo, Tommy si addormentò sulla cuccia più grossa in cui fosse mai stato. E con lui vi erano i suoi due nuovi amici. Sarebbero stati un bel branco, pensò, e a giudicare dalle dimensioni del capo, anche un branco importante.
Era notte. I bipedi erano già addormentati, ma Tommy attendeva ancora un segno. Qualcosa doveva sigillare il nuovo patto.
«Adesso arrivano. Non si sono dimenticati di te, ti hanno seguito passo dopo passo,» sentì dire da quella voce che usciva direttamente dal centro del suo essere.
I monaci si sistemarono vicino a quella grossa cuccia, si sedettero nella posizione rituale, aggiustarono le vesti e iniziarono la recitazione delle preghiere e lo svolgimento dei rituali appropriati ai nuovi avvenimenti.
Tommy osservava quelle pratiche dalla sua nuova e morbida posizione. Non capiva tutte le parole, ma riusciva comunque ad afferrarne il senso. Venivano invocate molteplici entità benefiche allo scopo di schiarire l’orizzonte dalle nubi che tentano di oscurare il cielo, e venivano rinsaldati antichi patti di collaborazione tra gli esseri senzienti appartenenti a diversi piani di esistenza.
I bipedi sembravano non essersi accorti di nulla, continuavano il loro viaggio notturno immersi nel sonno.
«Raramente i bipedi si accorgono di simili eventi, fa parte della loro condizione,» spiegò la voce a Tommy, «ma non si tratta di una grave mancanza, la vera mancanza avviene invece quando diventano insensibili alle sollecitazioni a cui sono sottoposti. Poco importa se riescano a vedere questi monaci o se li salutino con il tradizionale inchino. Poco importa se le loro orecchie riescano a captare i suoni di questi canti e di queste preghiere. Molto importa invece che il loro essere percepisca i benefici effetti di quello che ci impegniamo a fare per voi.»
Qualcun altro osservava la scena dall’alto, oltre il piccolo satellite del pianeta. Su visori speciali vide l’aumento dell’iridescenza animica di quella coppia di terrestri, e annotò l’evento nel suo diario personale. Poi osservò Tommy, e lo salutò dallo schermo. Ne sentiva già la mancanza, ma era orgoglioso di quello che il suo piccolo amico stava facendo sul pianeta azzurro.
Quando i monaci finirono le loro pratiche si ritirarono in buon ordine. Al rientro uno di loro si fermò con il giovane osservatore cosmico e gli porse un piccolo ciuffo appartenente al suo amico, un piccolo regalo dove la proprietà non ha alcun valore, e ciò che conta è solo ciò che si è, e ciò che si è tutto quello che conta, attraverso le vite, le dimensioni e gli universi, qualunque cosa accada.