Un ramo spezzato

Un ramo spezzato

«Lo sapevo! Non sei stata attenta, sei una stupida!» Le urla dell’uomo facevano sussultare i riccioli neri della figlia. «E adesso cosa vuoi fare! Te lo avevo detto di stare attenta! È tutta colpa tua, stupida!» A ogni accesso di collera la voce diventava sempre più forte e temibile.

La bambina piangeva, schiacciata contro la parete da quell’ondata di violenza. Avrebbe voluto non essere, non sentire, ma soprattutto avrebbe voluto non avere un padre.

La cagnolina era scappata per lo spavento. Era lei la vera incriminata, la vera colpevole. Ma era anche lei, con la sua gravidanza inaspettata, che aveva costretto l’uomo a fare una scelta e manifestare così la propria vera natura. Certi esseri riescono a stanare gli orchi dall’ombra in cui si nascondono e fanno cadere le maschere dietro a cui si celano. La redenzione richiede una scelta, e la scelta necessita di un’occasione per potersi esplicitare, e questo vale anche per gli orchi. Per quanto sino terribili gli eventi che la vita ci pone davanti, è nelle scelte che diventiamo sempre più noi stessi, o che rinneghiamo invece il nostro essere.

L’invisibile ala di un angelo proteggeva entrambe le creature dalla furia di quell’uomo. Ma cosa possono fare gli angeli, invisibili agli occhi umani e la cui esistenza stessa è messa in dubbio? Sono forse creature perse nella vaghezza indistinta di un lontano paradiso, troppo distanti dagli orrori umani? O forse il loro cuore soffre più del nostro, perché, se tanto più intensa è la beatitudine che provano, tanto più dolorosa deve essere la visione della natura umana quando esplica se stessa? Intanto quella ampia ala distesa tesseva un’altra possibilità per gli esseri sottoposti a quell’incredibile attacco.

Tutto si svolse tra le lacrime e i singhiozzi della bambina. Implorava, ma le sue parole soffocate dal pianto aumentavano la collera del padre. «Smettila di piangere, vai in camera tua! Te lo avevo detto che non potevamo tenere un cane! e adesso guarda cosa ha combinato!» disse mentre legava la poverina al guinzaglio per trascinarla fuori da quella che non sarebbe più stata la sua casa.

Precipitò quei ciuffi di pelo e coda sul pianale della macchina, incurante dei piccoli esseri che stavano crescendo nella pancia. Conosceva un posto isolato dove avrebbe scaricato il fardello, pensando così di lasciarsi alle spalle il problema.

L’uomo pensava di essere protetto dal manto della notte, ma la luna, ridotta a una piccola falce tra le stelle, osservava implacabile quell’atto di violenza. Forse la notte si stancherà dell’essere umano, e popolerà nuovamente le sue ore con i fantasmi del terrore. L’uomo imprecava più del solito, e a ogni imprecazione cercava di zittire quel frammento di coscienza che ancora abitava in lui.

Una madre è sempre una madre. Su due o quattro zampe, che abbia ali o pinne oppure una coda che si agita al vento. E la Terra benedice sempre una madre, in qualunque forma si manifesti.

Partorì tra i resti di una costruzione abbandonata. Otto cuccioli, otto fratelli. Tutto il suo nutrimento era per loro. Tutto quello che poteva offrire era per loro. Esclusa dal mondo degli uomini, ormai le rimaneva solo se stessa, e se stessa era una offerta incondizionata alla nuova vita nascente. A loro concedeva tutto il latte che poteva produrre. Lunghe e insistenti poppate. Ancora oggi il suo corpo porta i segni della fame dei propri cuccioli. In un mondo dove tutto questo dolore si sarebbe potuto evitare, l’uomo non solo lo rendeva possibile ma lo alimentava.

Due furono attaccati, due non resistettero a quelle condizioni, e quattro furono rubati per profitto. È forse la mano che li ha rapiti a essere colpevole, o la società, dove tutto ormai esiste unicamente in funzione economica?

Stremata dalla stanchezza e dalla fame, li salutò con uno sguardo commosso, poi con un sospiro, intenso come una preghiera, appoggiò il lungo muso sul ciuffo d’erba che le faceva da cuscino. Aveva esaurito se stessa, con gioia e dedizione, nel sostenere quei piccoli aliti di vita. Era ridotta a vagabondare tra le strade degli uomini, in cerca di risposte, ma il dolore e la tristezza le avevano fatto dimenticare anche il suo nome.

Improvvisamente l’ala dell’angelo si agitò: «Sarai tu a fermarti e ad accoglierla. Sarai tu a offrirle le prime cure,» e un magico sussurro accarezzò la ragazza con la coda bionda alla guida del proprio veicolo. Lei non udì queste parole, perché il linguaggio degli angeli non è fatto per le orecchie umane, ma per una percezione più sottile e impalpabile.

La ragazza si fermò, la guardò negli occhi—per un istante i battiti dei loro cuori divennero uno—e la accolse nell’abitacolo della propria automobile. Insieme si diressero verso un vicino rifugio per animali abbandonati. Per la giovane madre iniziava un nuovo viaggio, ma questa sarebbe stata solamente una breve sosta. L’angelo raccolse un’ala intorno al corpo della cucciola per tranquillizzarla e allungò l’altra verso il futuro, alla ricerca di qualcuno che potesse rimediare ai torti che la sua amata protetta aveva subito.

Un ponte invisibile iniziò a tessersi tra luoghi solo apparentemente lontani e tra coscienze solo apparentemente disgiunte. Quando il ponte fu completato la madre cucciola lo attraversò tra le stelle della notte, fino all’alba di un nuovo giorno; un’alba dove il sole dorato sorgeva su esseri che non avevano dimenticato l’antico linguaggio della natura e che sapevano cogliere i suggerimenti invisibili sussurrati nelle brezze del mattino.